L’industria sta sparendo, i cinesi ci spazzano via dai mercati, le fabbriche presto diventeranno luoghi del c’era una volta… L’allarme lanciato da Confindustria all’assemblea annuale è di quelli che suonano una volta sola: la seconda potrebbe essere tardi. Eppure non ha scalfito la cortina dell’indifferenza. L’impressione è che si parli dei massimi sistemi, sì, ma i veri interessi sono di più piccolo cabotaggio. E questo vale sia per la politica che per la rappresentanza.

Meglio difendere quello che resta di un mondo che sta finendo che giocarsi il tutto per tutto per costruirne uno nuovo.Il 29% della capitalizzazione del listino di Borsa è espresso da aziende a partecipazione pubblica. Sono le grandi contributrici di Confindustria e non hanno interesse a che si stressi il rapporto con palazzo Chigi. D’altra parte le grandi imprese private da tempo hanno ridotto il loro impegno nell’associazione a una consuetudinaria presenza all’assemblea. Comprensibile: quello che si decide in Italia influenza sempre meno i loro destini. E si capisce così perché dopo Giorgio Squinzi i big non hanno più espresso un presidente. A chi guida viale dell’Astronomia non resta che il pragmatismo del «portare a casa»: la revisione della 231, il cloud e il software nell’iperammortamento, l’apertura sulla spending review… Tutto utile ma non sufficiente a salvare la nostra industria.