Si sono scontrate due idee diverse delle istituzioni culturali. Da una parte, la completa autonomia e il ruolo super partes rispetto ai problemi "geopolitici
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La vittoria di Simone Venturini a Venezia consegna alla destra una lezione doppia. Le baruffe culturali lo scontro Giuli-Buttafuoco sulla Biennale, Beatrice Venezi cacciata dalla Fenice non hanno spostato un voto. L'elettorato veneziano ha ignorato sovranamente le paginate di indignazione progressista e i talk show in fibrillazione. Questo dovrebbe liberare la destra da un riflesso pavloviano che la condiziona da decenni: quello di scusarsi ogni volta che occupa uno spazio culturale, di correre in avanti per poi tornare indietro con la coda tra le gambe, di cercare legittimazione a sinistra invece di guardare al proprio elettorato. La destra non deve chiedere il permesso di occuparsi della cultura. È pienamente legittimata a farlo. Ma c'è dell'altro. Irrilevante sul piano dei voti non significa irrilevante sul piano culturale. A Venezia, ramo Biennale, abbiamo visto un vero conflitto tutto interno alla destra di governo (la sinistra, come al solito, non ha toccato palla). Si sono scontrate due idee diverse delle istituzioni culturali. Da una parte, la completa autonomia e il ruolo super partes rispetto ai problemi "geopolitici". Dall'altra, la richiesta di considerare il contesto in cui si muove l'iniziativa culturale che non può essere slegata dai vincoli diplomatici. Archiviare il conflitto come rumore di fondo superato, mettere il problema sotto il tappeto sull'onda dell'euforia elettorale, sarebbe un errore di lettura. Lo scontro sulla Biennale era una battaglia reale su una domanda reale: chi decide il canone culturale pubblico, secondo quali criteri, con quale visione del mondo. La mossa intelligente non è minimizzare. È usare la vittoria come piattaforma per affrontare il conflitto a viso aperto.








