Non credo che, come dice la direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, con la sua uscita dalla Fenice sia “sfumato il progetto culturale della destra”. Venezi ha un’importante considerazione di sé, l’affermazione sarebbe iperbolica anche se avesse inteso dire che il braccio di ferro sulla sua nomina segnala una difficoltà del governo nel mettere a terra il suo progetto culturale: cioè non è la causa, è la conseguenza di una debolezza. Resta comunque inevasa la domanda: qual è, esattamente, il progetto culturale della destra di governo? In che direzione si muove, verso quale orizzonte, con quali obiettivi? Davvero non è chiaro. La famosa pretesa di rovesciare l’egemonia culturale della sinistra — vera o ormai presunta che sia, resta questa l’ossessione — non ha preso alcuna forma. Curiosamente, poi, proprio a Venezia si sono prodotti i più vistosi incidenti, chiamiamoli così, di gestione. Prima la vicenda della Fenice, con il coro gli orchestrali e le maestranze a manifestare in piazza, finita come è finita. Poi, anzi intanto, il caso Padiglione russo della Biennale, diventato cammin facendo una questione di politiche europee, e di soldi. Sullo sfondo una battaglia, si direbbe, tra i due intellettuali di maggior pregio del governo Meloni: Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale designato da Sangiuliano, e Alessandro Giuli, ministro di Cultura subentrato a Sangiuliano medesimo. Anche qui, non è chiaro se le divergenze fra Buttafuoco e Giuli siano di natura culturale, politica o che altro. Fuori dalla Laguna ben poco di rilevante accade, sul piano degli investimenti e dei progetti in Cultura, se non frequenti polemiche — i finanziamenti negati a film di interesse sociale e civile, le condizioni sempre più difficili per l’industria cinematografica, veti, ostacoli, riduzione di risorse. La direttrice d’orchestra insinua che sulla sua persona si giochi la battaglia per le imminenti elezioni per il nuovo sindaco di Venezia, il 24 maggio. Ma di nuovo: in che modo, perché?