Sono giorni che mi ritrovo sui giornali il caso di Beatrice Venezi e trovo volgare e infamante il chiaro obiettivo di vederla sconfitta nella “guerra della Fenice”. Ormai non è più una questione tra addetti ai lavori, è piuttosto una questione dimostrativa generata a sinistra di come si debba agire per non aprire alcuna breccia nel controllo di un settore culturale.

Con Beatrice Venezi penso che siamo di fronte a una dimensione nuova di approccio generazionale, un po’ come le fughe in avanti di quei registi che calano- com’è giusto che sia - le grandi opere nella modernità dei tempi: la musica classica e l’opera vivono anche nella contemporaneità, parlano anche a queste generazioni. Ho ascoltato brani di Vivaldi e di altri grandi compositori nelle esecuzioni di David Garrett, violinista eclettico di notevole tecnica e coraggiosa capacità di contaminazioni di generi. È nella musica classica Ludovico Einaudi e Giovanni Allevi, il successo dei quali (specie all’inizio) fu assai criticato dai puristi della classica. Oso e dico anche che trovo “sinfonico” persino Jean-Michel Jarre, le cui sperimentazioni sinth è come se rincorressero - si parva licet componere magnis - l’estro capriccioso di Mozart (il più grande genio musicale mai sceso in terra). Non ho storto il naso di fronte alle “invasioni di campo” di Paolo Conte e Vasco Rossi nel sacro tempio della Scala di Milano.