Attorno a Beatrice Venezi si è sviluppata una campagna che, per intensità e sistematicità, non ha precedenti nel recente panorama musicale italiano. Non una critica – che è legittima e necessaria – ma un martellamento continuo che travalica il merito artistico e si concentra su un evidente pregiudizio politico, trasformando ogni gesto in materia di processo. Il fenomeno è palese: una parte significativa dei quotidiani di opposizione ha assunto il caso come terreno simbolico di battaglia, mentre sui social si muove un rumoroso plotone di militanti pronti a rilanciare e radicalizzare ogni polemica. Non si discute una direzione d’orchestra, si costruisce un bersaglio.

La storia della musica dimostra che il rapporto tra arte e politica è sempre stato complesso. Christian Thielemann non fu scelto alla guida dei Berliner Philharmoniker anche per le sue simpatie rivolte verso la destra; Wilhelm Furtwängler, dopo la guerra, fu sottoposto a un severo processo di denazificazione, eppure tornò a dirigere alla Scala e per la Rai; Herbert von Karajan, pur iscritto al partito nazista, costruì una carriera straordinaria senza che la sua statura musicale venisse cancellata. In Italia, cantanti come Beniamino Gigli, Gino Bechi, Aldo Protti o persino Mario Del Monaco furono talvolta guardati con sospetto, ma mai oggetto di una delegittimazione sistematica e permanente. Qui il salto di qualità è evidente: ogni dichiarazione della Venezi viene rovesciata nel suo contrario, ogni presenza pubblica interpretata come provocazione, ogni iniziativa trasformata in pretesto polemico. È il meccanismo tipico delle gogne contemporanee: la ripetizione sostituisce l’argomentazione, l’eco social amplifica la narrazione, la quantità di attacchi crea l’illusione di una verità acquisita. Ieri la Venezi ha messo piede a Venezia, città in cui è stata nominata direttore musicale. Per recarsi al carcere della Giudecca ha dovuto muoversi sotto scorta. Anche questo gesto – una visita istituzionale e culturale in un luogo delicato – è stato oggetto di dileggio. Quando persino un’iniziativa di dialogo civile diventa materiale per sarcasmo, significa che il confronto ha smesso di essere tale.