Erano passate circa quarantasei ore dal nostro sequestro quando la donna mascherata con il megafono è comparsa sopra di noi, sulla passerella della nostra nave-prigione israeliana.

A quel punto, più di qualche compagno era riuscito a sbirciare sotto uno dei nostri dormitori improvvisati e a intravedere una lunga striscia verde di terra. Per due giorni avevamo letto il sole come un presagio, cercando di capire se ci stessero portando verso l’Egitto, Cipro, la Grecia o Israele. Sud significava una forma di speranza. Nord un’altra. Est significava la cosa che nessuno di noi voleva dire troppo ad alta voce.

Nelle ultime ore del viaggio, la nave si muoveva inequivocabilmente verso est. E tuttavia una parte di noi continuava a sperare che ci stessimo sbagliando. Poi la donna ha guardato giù dal suo trespolo e ha annunciato: «Buongiorno, e benvenuti in Israele».

È SEGUITA una conferma silenziosa. Le teste si sono abbassate. Gli occhi di alcuni si sono riempiti di lacrime. Sapevamo, o credevamo di sapere, dove ci stavano portando. Ma sentirlo annunciare dall’alto, con quel tono quasi allegro, ha reso il terrore ufficiale.

Eravamo più di duecento, stipati dentro un rettangolo d’acciaio a cielo aperto. Sei container erano stati disposti in modo da creare un cortile-prigione sul ponte della nave. Il filo spinato lamato ne coronava la sommità. Una dozzina di bagni chimici riempiva lo spazio vuoto. Sopra di noi, soldati mascherati pattugliavano con fucili d’assalto. Due cannoni ad acqua restavano puntati su di noi.