La prima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica humanitas, di cui oggi sul Foglio trovate un lungo estratto, è un capolavoro teologico, politico, economico e diplomatico. Il capolavoro teologico è quello di aver utilizzato la cornice offerta dalla Rerum novarum di Papa Leone XIII per ricordare non solo quello che la dottrina sociale della Chiesa deve difendere, la lotta contro le ingiustizie sociali, ma anche ciò che non deve demonizzare: il capitalismo non è un reato, se non eccede; la globalizzazione non è un vizio, se non esagera; il mercato non è uno scandalo, se non diventa un ostacolo alla promozione del bene comune. Il capolavoro politico è quello di aver messo al centro del dibattito pubblico, con forza, il tema dell’intelligenza artificiale presentandola non come un demone da combattere, da respingere, da esorcizzare, ma come una rivoluzione da studiare, da capire, da riempire con il talento umano: “La tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo”. Il capolavoro economico è quello di aver evocato la difesa del bene comune, della solidarietà e della sussidiarietà non come temi astratti, dogmatici, ma come ingranaggi necessari per permettere all’intelligenza artificiale di essere implementata all’interno di un percorso fatto di responsabilità condivise, modello ricostruzione di Gerusalemme, e non all’interno di una torre di Babele, dove l’opera comune è, come si dice, guidata da un progetto di dominio che finisce per disumanizzare. Il capolavoro diplomatico, infine, è quello di aver messo in campo un’alternativa al modello di evoluzione dell’intelligenza artificiale teorizzato dagli oligarchi digitali al seguito di Donald Trump, da Peter Thiel in giù, senza provocazioni, senza riferimenti espliciti, ma limitandosi a declinare alcuni concetti preziosi all’interno dei quali vive un’idea su tutte: fare di tutto per non trasformare il culto dell’intelligenza artificiale in una nuova religione.Nella sua enciclica, il Papa contesta esattamente questo: l’idea che sia necessario abbandonarsi a una nuova religione dei dati. Più i dati vengono trattati come una religione e più si restringe il campo d’azione dell’essere umano. Papa Leone dice che in un contesto storico in cui il “dato” diventa il cuore di una nuova religione, in cui la religione dei dati promette cioè di liberarci dai difetti dalla ragione umana, l’umano non può che presentarsi sulla scena come un semplice esecutore. Per far scendere l’intelligenza artificiale dalla torre di Babele, come teorizza l’enciclica, bisogna necessariamente ribaltare lo schema, bisogna costruire le condizioni affinché l’essere umano sia pronto a governare l’intelligenza artificiale senza farsi governare da essa. E per farlo, dice Leone XIV, serve evitare che tutto il potere sia nelle mani dei monopolisti dei dati. Serve che le istituzioni statali creino un contesto che permetta di garantire “regole giuste e tutele efficaci”. Serve che le piattaforme siano sottoposte a trasparenza sugli algoritmi, con verifiche indipendenti, accesso equo ai dati. E serve fare di tutto affinché nel governo dei dati e degli algoritmi non si possa lasciare che pochi attori orientino da soli tutti i processi più importanti.Il Papa non lo dice esplicitamente, forse lo pensa, da uomo cresciuto nell’occidente che non demonizza né la globalizzazione, né la proprietà privata, né il mercato, ma evidentemente il modo migliore per far sì che i monopoli non perpetuino se stessi è far sì che vi sia la possibilità di creare condizioni utili, nel mercato, con la forza della concorrenza, affinché vi possano essere più alternative possibili agli oligarchi digitali che si muovono sulle proprie torri di Babele. Ma l’elemento più forte e dirompente dell’enciclica di Leone XIV coincide con l’indicazione culturale e religiosa offerta dal Papa per evitare che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale possa restringere il perimetro dell’umano e possa portare l’umanità verso una deriva illiberale. Il Papa dice che il mondo dell’IA rischia di produrre una forma di irrazionalità (la religione dei dati) mascherata da iper-razionalità (se tutto è misurabile e prevedibile diventa irrazionale non seguire i dati). E per evitare questa deriva morale, per evitare dunque di far restringere lo spazio della ragione, occorre combattere la dittatura del dato mettendo al centro della ragione la difesa delle nostre libertà. In un mondo in cui le libertà vengono difese con più forza, l’infrastruttura che guiderà l’intelligenza artificiale non potrà non avere una maggiore componente umana. Ma per poter difendere con forza le nostre libertà, Papa Leone dice che serve una formazione dell’umano che trova nel Vangelo la sua formula più piena, in quel mix unico fatto di difesa della libertà, promozione della responsabilità, senso del limite, ricerca della verità e lotta contro le idolatrie.Nel suo grande discorso di Ratisbona, Papa Benedetto XVI ricordò ai fedeli, e non solo a loro, quanto fosse importante liberare la modernità dalla superstizione di una ragione senza fede e dal culto del relativismo. Papa Leone XIV, facendo sua in parte quella lezione, oggi ci ricorda che compito di chi ama la ragione è liberare l’IA dalla superstizione del culto dei dati che vuole creare una ragione senza uomo. Tema di fondo: senza cristianesimo, sembra voler dire Leone, sfidando il pensiero unico relativista, l’occidente rischia di non avere più abbastanza argomenti per difendere la libertà dall’impero dei dati. In Magnifica humanitas il Papa non chiede dunque meno intelligenza artificiale. Chiede a tutti noi, fedeli e non fedeli, di trovare il modo giusto per entrare nella macchina degli algoritmi, per governarla, per guidarla, senza perdere tempo in inutili prediche moralistiche ma facendo qualcosa, ciascuno nel suo ruolo, per avere quello che oggi serve più di una nuova religione: semplicemente più intelligenza umana dentro l’intelligenza artificiale.