Papa Leone XIV ha presentato la sua prima Enciclica, Magnifica Humanitas, dedicata alla “custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. E si tratta di un’operazione culturale e pastorale che si colloca al livello di quella a cui si è palesemente ispirato, la Rerum Novarum scritta dal suo predecessore, lontano nel tempo, ma vicino nel nome, Leone XIII, nel 1891. Papa Robert Prevost riesce infatti a compiere tre mosse, tutte di rilevanza storica e politica, con il suo articolato documento: mettere al centro della riflessione della Chiesa, e del mondo, la questione dell’Intelligenza artificiale; ridare smalto e importanza alla “Dottrina sociale della Chiesa” che proprio da quell’enciclica di fine ‘800 aveva preso le mosse; ribadire la centralità dell’opposizione alla guerra, al riarmo e in particolare a un’Intelligenza artificiale prestata al riarmo e alla funzione militare. Un documento dunque che apre una fase di discussione tale da collocare in forma più comprensibile il nuovo papato.
Quando Leone XIII parlava di «nuove questioni» ( rerum novarum), scrive Leone XIV, “oggi non possiamo semplicemente ripetere i suoi preziosi insegnamenti, ma dobbiamo chiedere a Dio la saggezza per interpretare le grandi tendenze del nostro tempo, in particolare i progressi della tecnica”. É chiaro come IA, robotica e trasformazioni tecnologiche stiano trasformando il nostro mondo e ben sapendo che “la tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona” occorre allo stesso tempo più che regolarla darle un orizzonte, renderla coerente con dei principi etici e renderla, così, non antagonista alla realtà umana. Per stagliare la sostanza del messaggio, il Papa sceglie come immagini da fissare due narrazioni bibliche, la torre di Babele e la ricostruzione del tempio di Gerusalemme. “Evitiamo, dice Leone XIV, la ‘sindrome di Babele‘: l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale” e “scegliamo, invece, la ‘via di Neemia’, che mette in risalto il valore del lavoro condiviso per rendere sicura la città di Dio per gli esuli ritornati”












