Tullio Camiglieri
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Da oltre sessant’anni, ogni volta che si parla della povertà di Cuba, il dibattito si chiude quasi sempre con la stessa frase: “È colpa dell’embargo americano”. Una spiegazione semplice, immediata, quasi rassicurante nella sua linearità. Ma la realtà, come spesso accade, è molto più complessa. L’embargo imposto dagli Stati Uniti contro Cuba esiste davvero, ha avuto effetti pesanti e ha certamente inciso sull’economia dell’isola. Ma ridurre l’intera crisi cubana esclusivamente a quello significa ignorare decenni di fallimenti economici interni, rigidità ideologiche e gestione centralizzata inefficiente.
Il modello centralizzato e la concorrenza assente
Prima di tutto, bisogna chiarire un equivoco ricorrente: Cuba non è isolata dal mondo. Da decenni intrattiene rapporti economici con numerosi Paesi. Cuba commercia, riceve turisti, importa ed esporta. E allora la domanda diventa inevitabile: perché gran parte della popolazione continua a vivere tra razionamenti, blackout, scarsità di medicinali, stipendi simbolici e file interminabili per beni essenziali? La risposta va cercata soprattutto dentro il sistema economico e politico cubano. Per decenni, Cuba ha adottato un modello rigidamente centralizzato. La proprietà privata è stata limitata. La concorrenza praticamente assente. In un contesto del genere, produttività, innovazione e crescita economica tendono inevitabilmente a rallentare. Nel frattempo, mentre la popolazione affronta carenze croniche, sull’isola si è consolidata una struttura di potere economico estremamente concentrata. Un esempio è GAESA, il Grupo de Administración Empresarial S.A., conglomerato legato alle Forze Armate cubane e considerato uno dei centri nevralgici dell’economia nazionale. GAESA controlla alberghi, porti, banche, negozi, infrastrutture e numerosi settori strategici del Paese. Diverse analisi internazionali stimano che GAESA eserciti un controllo enorme sull’economia cubana, con valutazioni che oscillano tra il 40% e il 70% dell’attività economica nazionale. È difficile sostenere che tutte le responsabilità siano esterne quando il sistema interno impedisce la nascita di un tessuto economico libero, dinamico e indipendente.












