In meno di nove mesi Washington ha fortemente irrigidito le sanzioni inposte a Cuba, con una strategia di soffocamento, non solo direttamente dell’isola e dei suoi abitanti, ma di chiunque voglia ancora fare affari con l’Avana.Il 29 gennaio 2026 Trump firma un ordine esecutivo che avvia un nuovo regime sanzionatorio straordinario. Le misure ampliano significativamente la portata dell'embargo con nuovi divieti caratterizzati da un livello elevato di extraterritorialità e vengono applicate retroattivamente anche ai contratti già conclusi e alle operazioni precedentemente autorizzate con licenza. E solo sei mesi prma, nel luglio 2025, Trump aveva già imposto sanzioni dirette contro l'industria turistica cubana,Gli effetti sulle imprese straniere sono immediati. La canadese Blue Diamond Resorts, controllata dal gruppo Sunwing Travel Group, ha annunciato la cessazione immediata delle proprie attività a Cuba, dove gestiva 62 hotel distribuiti nei principali poli turistici del paese. È uno dei ritiri stranieri più significativi degli ultimi anni nel settore turistico cubano, ma non l'unico. La compagnia mineraria canadese Sherritt International, tra i principali investitori stranieri sull'isola, ha annunciato la sospensione immediata della propria partecipazione diretta nelle joint venture operative a Cuba dopo l'adozione delle nuove sanzioni. Imprese canadesi, non a stelle e strisce, che si ritirano non per scelta propria, ma per timore delle conseguenze americane.Il caso Calabria: quando l'extraterritorialità bussa a casaTra tutti gli episodi recenti, uno colpisce per la sua vicinanza geografica e politica. Negli ultimi due anni oltre 400 medici e operatori sanitari cubani hanno contribuito a tenere in piedi il sistema sanitario calabrese. Le pressioni degli Stati Uniti per interrompere il programma hanno trovato l’oposizione del presidente Roberto Occhiuto, che ha ribadito la necessità di mantenere l'esperienza in corso. Anche se opo l'incontro con i diplomatici americani Occhiuto ha rinunciato ad incrementare la missione fino a 1.000 medici cubani nel 2026. In sostanza, Washington minacciava di negare il visto americano ai funzionari regionali italiani che avessero continuato a stipulare accordi con medici cubani. Non una sanzione commerciale, una sanzione personale, contro dipendenti pubblici di uno Stato membro dell'Unione Europea, per una decisione di politica sanitaria interna. Lo strumento europeo esiste, ma non funzionaL'Europa non è rimasta a guardare in silenzio, almeno sulla carta. Il cosiddetto ‘Regolamento di blocco UE’ nasce nel 1996 proprio in risposta alle normative extraterritoriali statunitensi su Cuba, Iran e Libia. Il suo obiettivo principale è proteggere gli operatori europei che effettuano scambi legittimi con Paesi terzi, neutralizzando gli effetti delle sanzioni straniere nello spazio giuridico dell'Unione.La legislazione vieta agli operatori comunitari di ottemperare a sanzioni extraterritoriali, annulla le sentenze emesse da tribunali stranieri e consente di chiedere il risarcimento dei danni. Eppure le imprese europee sanno che le contromisure previste da Bruxelles non hanno la forza di contrastare la potenza coercitiva degli Stati Uniti.Il meccanismo non tiene per un semplice motivo: l'arma di Washington non è la legge in sé, è il dollaro. Il sistema finanziario globale ruota ancora attorno al dollaro e alle infrastrutture statunitensi. Banche e imprese europee dipendono dall’accesso a quei circuiti per operare su scala internazionale. È questa dipendenza, più che qualsiasi atto normativo, a determinare l’esito finale. Anche quando il diritto europeo dice una cosa, il sistema finanziario ne impone un’altra.Così il regolamento di blocco resta in larga parte inefficace. Le imprese si adeguano preventivamente alle regole americane, perché perdere l’accesso ai mercati in dollari significa un danno immediato e superiore a qualsiasi sanzione europea. L’asimmetria non è giuridica: è strutturale.In questo quadro, la Commissione europea resta in silenzio. Ma il problema non è la mancanza di strumenti: è la distanza tra la sovranità dichiarata e quella effettivamente esercitabile quando entra in gioco la finanza globale.