Difficilmente la vittoria del centrodestra a Venezia, città che peraltro già governava, basterà a cambiare il clima e le previsioni su un governo che dal referendum sulla giustizia, voto nazionale di ben altro peso, è uscito indebolito e confuso, collezionando inciampi, figuracce e scontri interni di imprevista virulenza, anche dentro lo stesso consiglio dei ministri. Ma è anche vero che il referendum sulla giustizia non era stato certo un’iniziativa di Elly Schlein. Il referendum appoggiato con convinzione dalla segretaria del Pd, e meritatamente straperso, era stato semmai quello sull’articolo 18, promosso dalla Cgil di Maurizio Landini.

Altrettanto lungimirante, cioè pochissimo, si è rivelata dunque la scelta di caricare il voto di Venezia di un valore nazionale, facendone un referendum sul governo, dopo non aver fatto assolutamente niente, all’indomani del referendum immeritatamente vinto, per dare all’elettorato almeno la prova di esistenza in vita di una possibile coalizione di centrosinistra capace di candidarsi credibilmente alla guida del paese.

Questa è la principale responsabilità di Schlein, prima ancora dell’imperdonabile ingenuità di andare a chiudere la campagna elettorale di Andrea Martella a Venezia chiedendo agli elettori di «mandare a casa Meloni». Un capolavoro su cui il ritorno di Vincenzo De Luca a Salerno per il suo quinto mandato, più due da presidente della Campania, senza il simbolo del Pd pur avendo ottenuto anche la guida del Pd campano per il figlio Piero, mette l’ultima ciliegina.