La Russia intende rivolgersi alla Corte internazionale di giustizia dell’Onu per la presunta “discriminazione dei russi” nei Paesi baltici. Lo scrive Izvestija, quotidiano russo, citando il ministero degli Esteri. Secondo Mosca, Lituania, Lettonia ed Estonia limiterebbero l’uso della lingua russa, “riscriverebbero la storia” e perseguiterebbero gli oppositori politici. Negli ultimi mesi, le minacce provenienti da Mosca contro gli stati baltici si sono moltiplicate e sono diventate più esplicite. Recentemente i deputati russi hanno approvato una legge che autorizza formalmente il Cremlino a dispiegare truppe all’estero per “proteggere i cittadini russi”. Dalla propaganda televisiva russa ai comunicati ufficiali del Cremlino, fino alle dichiarazioni di funzionari, ideologi del regime e propagandisti (interni ed esteri) l’idea che i baltici rappresentino una “minaccia esistenziale” o un “avamposto aggressivo della Nato” è ormai pienamente stabilizzata nella narrazione ufficiale russa. La propaganda insiste sempre più sull’idea che Vilnius starebbe preparando provocazioni contro Mosca o addirittura favorendo un futuro attacco occidentale contro la Russia. Si tratta di una costruzione artificiale, che risponde però a una precisa esigenza strategica del Cremlino: preparare l’opinione pubblica russa all’eventualità di una possibile escalation diretta con la Nato.Per comprendere perché questa opzione stia diventando più concreta, è necessario guardare al campo di battaglia ucraino. La Russia continua a perdere ingenti quantità di uomini e mezzi, mentre la guerra non solo non sta producendo i risultati strategici immaginati dal Cremlino, ma sembra aver portato Mosca a perdere l’iniziativa sul fronte, oggi in parte passata alle forze ucraine. Negli ultimi mesi Kyiv è riuscita a liberare oltre 500 chilometri quadrati di territorio, a mettere sotto pressione, attraverso l’impiego dei droni, le principali vie di collegamento tra i territori occupati del sud-est ucraino e la Crimea (il cosiddetto “ponte terrestre”), e a intensificare sensibilmente gli attacchi contro le raffinerie russe all’interno della Federazione. Il Cremlino si trova quindi a un bivio: scegliere il negoziato e congelare il fronte oppure alzare il livello dello scontro con l’occidente. La prima opzione appare sempre meno plausibile. Non soltanto per la retorica ufficiale di Vladimir Putin, che continua a presentare la guerra come una battaglia esistenziale, ma anche per la natura stessa del sistema politico russo, ormai trasformato in un’economia di guerra, difficilmente riconducibile a un percorso di normalizzazione economica anche in caso di alleggerimento delle sanzioni. In più, secondo molte stime, oltre 600 mila soldati russi sono direttamente coinvolti nello sforzo bellico. Smobilitare questa massa significherebbe reimmettere nel tessuto sociale russo un numero enorme di individui militarizzati e spesso privi di prospettive economiche. Nella percezione paranoica del regime, ciò potrebbe tradursi in un aumento della criminalità, in instabilità sociale e persino in un rischio di rivolte. Una dittatura fondata sul controllo e sulla sicurezza tende a interpretare scenari di questo tipo come minacce esistenziali. Di conseguenza, per Putin la prosecuzione della guerra appare come una condizione necessaria alla propria sopravvivenza politica. Tuttavia, viste le ingenti perdite sul fronte ucraino e la crescente difficoltà nel condurre operazioni offensive su larga scala, il Cremlino potrebbe avere sempre meno alternative alla mobilitazione generale – opzione finora evitata ma non più escludibile. Le recenti restrizioni all’uso di internet in Russia possono essere lette anche come un tentativo di preparazione a uno scenario in cui, in caso di mobilitazione, le proteste non possano diffondersi attraverso i social.Putin, tuttavia, non può ammettere pubblicamente che, dopo oltre quattro anni di guerra, Mosca non sia riuscita a sconfiggere l’Ucraina. Per questo l’escalation appare, dal punto di vista del Cremlino, più funzionale alla costruzione narrativa secondo cui sarebbe l’occidente a prepararsi a “invadere la Russia”. Ma escalation non significa necessariamente invasione su larga scala della Lituania o occupazione militare dei Paesi baltici. La Russia ha già dimostrato in Ucraina di non possedere la capacità convenzionale necessaria per conquistare rapidamente e stabilmente un grande territorio ostile. Un’offensiva tradizionale contro la Nato sarebbe quindi militarmente rischiosa e verosimilmente insostenibile. L’obiettivo potrebbe essere un altro: testare la credibilità dell’articolo 5 della Nato. Un’incursione limitata, un’operazione ibrida o una provocazione armata circoscritta (magari mascherata da “protezione delle minoranze russe”) potrebbero servire non tanto a conquistare territorio, quanto a verificare la reale volontà dell’Alleanza atlantica di reagire militarmente.Ed è qui che entra in gioco Donald Trump. Da quando è tornato alla Casa Bianca, Tr3ump ha ripetutamente messo in discussione la solidarietà automatica della Nato, insinuando che gli Stati Uniti non possano continuare a garantire indefinitamente la sicurezza degli alleati europei. Nel Cremlino, ciò ha rafforzato la percezione che un attacco limitato contro un paese baltico potrebbe non provocare una risposta americana immediata e automatica. Se l’Articolo 5 non venisse applicato in modo chiaro e credibile, Mosca potrebbe presentare l’evento come una vittoria storica: la dimostrazione che la Nato non è realmente unita e che la deterrenza occidentale è crollata. Anche senza conquiste territoriali, il Cremlino disporrebbe di un risultato politico enorme da spendere internamente: l’idea di aver compromesso la credibilità della Nato.Che Mosca stia considerando seriamente questa opzione è suggerito anche da un altro elemento: la rapida attivazione delle reti propagandistiche e dei proxy europei. Anche in Italia il fenomeno è già visibile. Giornalisti, analisti, ex funzionari e commentatori da anni vicini alle narrative del Cremlino hanno iniziato a discutere apertamente della presunta “aggressività baltica”, sostenendo che Estonia, Lettonia e Lituania starebbero provocando la Russia, o addirittura preparando un’invasione, oppure ancora cercando di “trascinare la Nato in guerra”. Si tratta di una tesi che non regge a un’analisi minima dei rapporti di forza militari. La Lituania dispone di forze armate limitate, concentrate principalmente sulla difesa territoriale; la Lettonia e l’Estonia possiedono capacità ancora più contenute. Non esiste alcuna reale capacità baltica di condurre un’invasione del territorio russo. L’argomento secondo cui i baltici vorrebbero “trascinare la Nato in guerra” ignora inoltre un dato fondamentale: negli ultimi anni l’occidente ha fatto di tutto per evitare un’escalation diretta con Mosca.L’Amministrazione di Joe Biden, sostenuta dalla maggior parte dei governi europei, ha adottato una strategia estremamente prudente. L’obiettivo è sempre stato consentire all’Ucraina di sopravvivere, senza però fornirle gli strumenti necessari per infliggere una sconfitta decisiva alla Russia. Ogni nuova fornitura militare è stata ritardata, limitata o subordinata al timore di “provocare Mosca”. Con il ritorno di Donald Trump, questa tendenza è diventata ancora più evidente. Gli aiuti statunitensi sono stati tagliati, mentre l’Europa ha cercato di compensare parzialmente il vuoto lasciato da Washington, senza un vero salto di qualità né quantitativo né tecnologico. In altre parole, non esiste alcuna evidenza che l’occidente abbia cercato uno scontro diretto con la Russia. Al contrario, il comportamento occidentale degli ultimi anni mostra una costante volontà di evitare l’escalation.Ed è forse questa prudenza sistematica ad aver contribuito a rafforzare, nel calcolo del Cremlino, la percezione che il rischio di spingersi oltre sia oggi più basso rispetto al passato.
Perché Putin attiva i suoi fan europei sull’“invasione” da parte dei baltici
La nuova frontiera del Cremlino: testare la tenuta dell’Articolo 5. Dalle accuse a Estonia, Lettonia e Lituania alla propaganda sulle minoranze russe: l’obiettivo potrebbe essere una provocazione limitata per misurare la capacità di reazione della Nato







