Il Valle riapre, una gran bella notizia per tutti. Riapre come teatro pubblico dopo oltre un decennio di abbandono, polemiche e attese. Non è stato affatto facile portare e termine questo obiettivo. Non è mai stato uno spazio come gli altri, il Valle. Piuttosto, il luogo in cui si sono incrociate alcune delle domande più impegnative: chi produce cultura? Chi la governa? A chi appartengono i luoghi emblematici delle città?

Quando nel 2011 un gruppo di lavoratrici e lavoratori dello spettacolo occupò il teatro dopo la soppressione dell’Eti, l’Italia era schiacciata da una crisi profonda. In piena era Berlusconi, il dibattito sui beni comuni, accompagnato dalle riflessioni di Rodotà, attraversava il Paese: dai referendum per l’acqua pubblica fino ai movimenti europei; dalla crisi delle istituzioni culturali alla precarizzazione del lavoro artistico.

L’occupazione del Valle divenne un simbolo, un grido, ma divenne anche, nel concreto modello, sperimentazione, laboratorio politico e culturale che smontava e ricostruiva l’idea di gestione della cultura pubblica.

Per tre anni, quelle meravigliose e maestose mura settecentesche hanno accolto spettacoli, assemblee, formazione, sperimentazione artistica. Lì si sono incontrati, annullando qualsiasi gerarchia, artiste celebri, esordienti, giuriste, filosofi, cittadine, studenti. Dario Fo, Franca Rame, Ascanio Celestini, Franca Valeri, Elio Germano, Paolo Rossi, Fabrizio Gifuni, per citarne alcuni, hanno pubblicamente sostenuto e trainato un’esperienza collettiva fortissima, e lo hanno fatto con una tale tenacia da riuscire a metterla al centro del dibattito nazionale; un teatro occupato stava spalancando la discussione sul tema delle istituzioni culturali.