Ogni epoca chiama fragili quelli che percepiscono per primi la sua instabilità.È un modo elegante per non ascoltarli. Se chi sente il pericolo viene definito debole, il sistema che produce quel pericolo può continuare a considerarsi sano.Da qualche anno parliamo dei giovani quasi sempre nello stesso modo: ansiosi, vulnerabili, dipendenti dagli schermi, discontinui, poco resistenti alla frustrazione. Naturalmente qualcosa di vero c’è. La crisi della salute mentale giovanile è reale. L’Organizzazione mondiale della sanità segnala che nella Regione europea un bambino o adolescente su sette convive con una condizione di salute mentale, e il suicidio resta tra le principali emergenze nella fascia giovanile. Anche l’Ocse descrive un peggioramento diffuso del benessere psicologico dei giovani, legato a fattori intrecciati: digitalizzazione, social media, ansia climatica, conflitti globali, pressioni socioeconomiche, bullismo, stress scolastico, disuguaglianze.

Ma proprio qui comincia il problema. Perché una diagnosi può illuminare o coprire. Dire «sono fragili» sembra una spiegazione; spesso è una difesa. Significa spostare il problema dentro di loro: nella loro emotività, nei loro telefoni, nella loro educazione, nella loro presunta incapacità di reggere il mondo. Molto più difficile è chiedersi che cosa stiano percependo. E se la loro ansia non fosse soltanto un disturbo privato, ma anche un segnale sociale.