Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni, per capire cosa ci rivelano del loro mondo[/fu-tù-ro/], agg.Si tende a parlare del futuro in due modi opposti. Da una parte come una minaccia: crisi climatiche, guerre, precarietà economica, lavoro incerto, tecnologie che sostituiscono le attività umane, relazioni sempre più fragili. Il domani appare come qualcosa da temere, una fonte più o meno continua di preoccupazione se non di franca angoscia. In questo registro, dentro cui finiamo per trascinare anche i più giovani, il futuro incombe sul presente, schiaccia il petto e toglie il fiato. Dall’altra viene trattato come un piano da controllare. E allora le parole d’ordine si trasformano in programmare, ottimizzare, prevedere, costruire percorsi il più possibile perfetti per noi e per i nostri ragazzi. La scuola diventa così solo curriculum, le esperienze sono considerate mere competenze da accumulare per renderlo più competitivo, ogni scelta deve “servire” a qualcosa in una visione della vita puramente funzionalistica. Anche in questo caso, però il futuro fa paura, e non perché sia una minaccia, ma perché è assai bravo a sfuggire al controllo, al tentativo di gestirlo in anticipo, di prevederlo e manipolarlo.Due atteggiamenti opposti solo in apparenza. In entrambi il futuro smette di essere uno spazio aperto di possibilità per diventare o una catastrofe annunciata o un progetto da amministrare con troppe incognite per concedere sonni tranquilli. Le ragazze e i ragazzi, nella loro definizione, sembrano proporre di collocarci in una regione diversa. Riconoscono l’incertezza, quindi non sono ingenui, però mantengono la speranza e la prospettiva di un orizzonte. Il futuro innanzitutto è ciò che verrà, qualcosa che ancora non c’è, ma che muove già il presente. Non è soltanto un concetto astratto e nemmeno puramente cronologico, è uno spazio mentale e affettivo in cui si depositano e crescono desideri, paure e aspettative. Per questo scrivono che racchiude una “potente miscela di speranza e incertezza”. Due dimensioni che non si escludono a vicenda, ma riescono a convivere sullo stesso piano. Esiste sì l’idea dell’avanzamento: tecnologico, scientifico, medico. Il progresso, insomma. Liberi da uno sguardo apocalittico, intravedono nel futuro la possibilità di un miglioramento delle condizioni umane.Allo stesso tempo, però, ne dichiarano tutta l'indeterminatezza in quel “non sappiamo cosa accadrà”. Più che paura, è lucidità. Sembrano sapere che il futuro non è garantito, non si presenta come una strada già tracciata, ma come un orizzonte sì pieno di incognite, ma anche di opportunità. Che bello veder emergere questo avere un domani, così decisivo e proprio della giovinezza. Essere giovani, infatti, significa soprattutto percepire che la propria vita non coincide ancora con ciò che è stato, il futuro rappresenta la possibilità che ciò che oggi appare irrisolto non debba necessariamente ripetersi identico o restare inconcluso, ma sciogliersi, realizzarsi pienamente. In questo senso il domani non è un rinvio indefinito, il luogo in cui spostare ciò che non si vuole affrontare oggi. Non è il falso domani che a volte noi riempiamo di procrastinazione e fuga. È piuttosto la possibilità di trasformare l’oggi in una meta, di aprire e portare a termine un movimento. Dentro il futuro c’è il desiderio di diventare qualcuno, di costruire legami, di trovare un posto nel mondo, anzi di prepararlo, perché quel posto non è predeterminato, ma richiede lavoro e costruzione affinché il proprio desiderio possa prendere forma nei rapporti. Avere un domani significa sapere che non tutto è deciso una volta per tutte, che la propria vita non è già tutta scritta.Interessante è anche il collegamento che i ragazzi fanno tra il tempo futuro e “l’essenza stessa dell’esistenza”. In questa formulazione, sorprendentemente matura, ci stanno dicendo che il rapporto con il futuro non riguarda soltanto l’organizzazione pratica della vita, ma il senso stesso dell’essere al mondo. Vivere è anche immaginare, desiderare, spendersi, attendere. Ciò rende ragione del perché il tema del futuro sia oggi così delicato per molti ragazzi. Quando un giovane perde il senso del domani non perde soltanto motivazione scolastica e progettualità, rischia di perdere il movimento stesso del desiderio, cioè la possibilità di pensarsi in cammino verso una soddisfazione possibile. È il desiderio, assieme alla possibilità della sua realizzazione, a fare da collante del tempo e da connettivo fra i diversi momenti: il desiderio di oggi può trovare il suo compimento nel domani, senza automatismi, però, perché serve una messa al lavoro affinché si dia la sua soddisfazione. Senza futuro il presente si appiattisce, tutto diventa ripetizione, sopravvivenza, gestione affannosa dell’immediato.Anche quando i ragazzi nominano l’incertezza, non rinunciano all’orizzonte, non si chiudono dentro il cinismo, mantengono aperta la domanda. Poi c’è il passaggio sul “futuro di pace”. Qui il discorso si allarga oltre il piano individuale. Il futuro non è pensato soltanto come riuscita personale, ma immaginato anche come spazio comunitario e politico, uno spazio propriamente umano. Parlano di comprensione, cooperazione, rispetto reciproco e in un’epoca, così connotata da individualismo e narcisismo, una tale attenzione è particolarmente significativa. Ci stanno dicendo che il futuro, per non assumere connotazioni distopiche, deve necessariamente contenere un concetto di convivenza civile, pacifica. E questo vale tanto tra le nazioni, quanto nelle relazioni quotidiane. La pace, nel loro definirla, non è una parola astratta, è la possibilità concreta di vivere senza che il conflitto, pur inevitabile, distrugga il legame sociale.Chissà se questa non è anche una richiesta implicita a noi adulti. Le ragazze e i ragazzi osservano un mondo che spesso trasmette ansia, precarietà, sfiducia. Ci vedono talora stanchi, ripiegati su un presente senza slancio, piatto, caratterizzato negativamente, semmai, da qualche punta di emergenza da gestire nel modo più indolore possibile, senza orizzonti positivi cui guardare. Nel caso, dovremmo ascoltarli nella loro richiesta, che non è certo di garanzie assolute, perché loro già sanno che non possono essere promesse. Ci stanno chiedendo, piuttosto, di essere adulti con un domani, adulti che non vivono il presente come una gabbia definitiva condannata a perpetrarsi nel tempo, che non oscillano tra tentazioni depressive che vedono solo un cielo nero e insensati slanci frutto di un ottimismo tanto ingenuo quanto inconcludente. Ci chiedono una terza via fra distopia e utopia.In fondo ciò che emerge dalla loro definizione è che essere giovani significa avere un domani e desiderare che quel domani possa essere un luogo per tutti. Questo loro desiderio, però, da solo fatica a reggere nel tempo. Ha bisogno della compagnia di adulti che non abbiano rinunciato al proprio domani. E qui la questione si fa un po’ scomoda perché obbliga tutti noi a chiederci se stiamo ancora vivendo con la prospettiva di un domani o se abbiamo iniziato soltanto ad amministrare ciò che resta della nostra esistenza.Luigi Ballerini è scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta