Quando si parla di giovani, le posizioni sono polarizzate. Da un lato, c’è chi descrive le nuove generazioni come apatiche, disincantate, quasi «spente»: giovani intrappolati nella rete digitale, incapaci di desiderare davvero, più inclini al consumo che alla costruzione. Dall’altro lato, c’e chi le descrive come generazioni sensibili, aperte, consapevoli, che si trovano però a crescere in un mondo ostile.
Una recente ricerca promossa dalla Fondazione Unhate e Fondazione Poetica su un campione nazionale di ragazzi/e tra i 14 e i 24 anni offre elementi preziosi di valutazione. Solo il 17% dei giovani — meno di uno su cinque — vive in modo convintamente positivo la propria condizione: ragazzi e ragazze che si sentono coinvolti, capaci di immaginare il futuro, disponibili a investire energie nella costruzione di sé e del mondo. All’estremo opposto, il 25% (uno su quattro) esprime chiusura, risentimento, isolamento: giovani che vivono una condizione di distacco e di contrapposizione rispetto al mondo circostante. Nel mezzo, il 55% — più di uno su due — che si colloca nella zona grigia caratterizzata da fragilità diffuse, dipendenze leggere, incertezza, confusione e soprattutto ansia. Una condizione di sospensione, di difficoltà a orientarsi, a prendere posizione, a trasformare il potenziale in azione.











