L’ottimismo può essere utile ai giovani. Quelli che prevedono di fare carriera studiano di più, e avere fiducia può renderli più propensi a diventare imprenditori, investendo sul proprio futuro e promuovendo anche il benessere degli altri. Tuttavia, il rischio è che l’ottimismo dei ragazzi, se disatteso, si traduca in frustrazione.

Un rischio che oggi è diventato molto concreto. Mentre dopo la fine del secondo conflitto mondiale per alcuni decenni i figli generalmente potevano godere di un tenore di vita più elevato rispetto ai propri genitori, anche in contesti a bassa mobilità sociale relativa, questo cuscinetto si è assottigliato negli ultimi anni. In Italia, come in molti altri Paesi, dagli anni 90 le disuguaglianze di reddito sono aumentate, la produttività è rallentata, e le prospettive dei figli sono sempre più legate alle risorse dei propri genitori. Il settimanale britannico The Economist ha descritto questo fenomeno come il ritorno dell’«ereditocrazia» e il declino della «meritocrazia».

I dati italiani ricavati dal questionario allegato all'ultima rilevazione Ocse-Pisa sulle competenze dei quindicenni di tutto il mondo indicano che i ragazzi sono ottimisti rispetto al loro futuro nonostante un contesto economico e sociale di grande incertezza. Le disuguaglianze di reddito in Italia sono vicine alla media dei 57 Paesi considerati, tuttavia in Italia tali disuguaglianze dipendono in misura maggiore da fattori come l’origine familiare, il sesso, la regione di nascita – elementi che sfuggono al controllo dell’individuo. Non stupisce quindi che in Italia gli adulti siano più scettici rispetto a una narrazione meritocratica - solo il 60% ritiene che lavorare duramente sia sufficiente per fare carriera, contro una media di 74% negli altri paesi considerati. Tra i ragazzi, il 29% pensa che la scuola sia una perdita di tempo contro una media del 27% negli altri Paesi.