Foto di Elena Sophia Ilari

L’81,5% dei giovani italiani tra i 17 e i 19 anni pensa che la propria voce non conti nulla. È una percentuale impressionante quella che emerge dall’indagine “Preoccupazioni, consapevolezze e impegno delle nuove generazioni. Uno squarcio sulla fascia 17-19 anni in Italia”, realizzata dal Forum Disuguaglianze e Diversità con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo. Il report, firmato da Fabrizio Barca, Caterina Manicardi e Marta Perrini, ha coinvolto quasi 3.000 studenti e studentesse di 21 istituti scolastici italiani ed è stato realizzato tra il 2023 e il 2026. I risultati mostrano una forte sensibilità di ragazzi e ragazze verso le disuguaglianze sociali, la crisi climatica, i diritti delle persone e la precarietà lavorativa. Hanno una lettura spesso lucida delle cause strutturali delle ingiustizie ma, allo stesso tempo, non credono più nelle organizzazioni collettive. Hanno scarsa fiducia in partiti, ma anche in associazioni e movimenti, non li considerano strumenti realmente capaci di cambiare le cose.Una generazione che non si sente ascoltataGli autori del report partono proprio da una domanda: come interpretare il crollo della partecipazione giovanile al voto e, più in generale, la crisi della rappresentanza (il report è stato redatto prima dell’ultimo referendum ndr)? Secondo la ricerca, la risposta non sta in una presunta superficialità delle nuove generazioni, ma piuttosto nella convinzione che le istituzioni e le organizzazioni esistenti non siano davvero in grado di ascoltarle.Il dato sull’81,5% di giovani che ritiene di non avere voce in Italia è, da questo punto di vista, emblematico. Anche confrontato con il resto d’Europa. L’Eurobarometro mostra infatti che, mediamente, il 57% dei giovani europei tra i 15 e i 24 anni ritiene che la propria voce conti all’interno dell’Unione. Tra i ragazzi e le ragazze coinvolti nell’indagine italiana, invece, la percezione di essere ascoltati è molto più bassa.La sfiducia attraversa tutto il Paese, non è territoriale e non sembra dipendere in modo significativo dall’area geografica. Lavoro, guerra e clima: le paure del futuroQuesto dato però dobbiamo leggerlo in modo approfondito. Sarebbe un grave errore infatti associare questa distanza dalle istituzioni a un’assenza di interesse per i problemi collettivi. Al contrario, le preoccupazioni espresse dai giovani intervistati disegnano un quadro decisamente pieno di tensioni sociali e ambientali.La principale paura riguarda, anche per questa generazione, il lavoro: precarietà, assenza di prospettive, condizioni non dignitose. Subito dopo arrivano la guerra, i diritti delle persone e il timore che la voce delle nuove generazioni resti irrilevante.Anche la crisi climatica e la perdita di biodiversità occupano un posto importante, sebbene in modo più polarizzato.Interessante è poi il confronto con la generazione dei genitori. Molti ragazzi e ragazze ritengono che gli adulti condividano alcune preoccupazioni, come il lavoro o la guerra, ma siano molto meno sensibili ai temi ambientali e soprattutto al problema della scarsa rappresentanza giovanile. È qui che emerge uno dei nodi più profondi della ricerca, cioè un chiaro scollamento generazionale.La “classe sociale” conta ancoraAnche il modo in cui gli studenti interpretano il concetto di disuguaglianza racconta un cambiamento culturale significativo. Alla domanda su quali siano le principali cause dell’ingiustizia sociale, il “colore della pelle” è la risposta più frequente, seguita da “genere” e “classe sociale”.Proprio il riferimento alla classe sociale è uno degli aspetti più interessanti del report. La categoria viene indicata più spesso rispetto al “reddito”, nonostante quest’ultimo sia molto più presente nel discorso pubblico contemporaneo. Secondo gli autori, questo smentisce l’idea che le nuove generazioni abbiano perso la capacità di leggere le disuguaglianze in termini strutturali.Una dinamica simile emerge anche sul fronte climatico. Quando viene chiesto di attribuire le responsabilità del collasso climatico, la risposta prevalente non è l’“irresponsabilità umana” in senso astratto, ma il modello economico estrattivo: un sistema produttivo che consuma più risorse di quante il pianeta riesca a rigenerare.Individualismo o sfiducia?Allo stesso tempo, però, i giovani riconoscono anche il peso dei comportamenti individuali. È un elemento importante, perché aiuta a capire uno dei risultati centrali dell’indagine: la preferenza per le azioni individuali rispetto alle forme organizzate di partecipazione collettiva.Le iniziative considerate più efficaci sono infatti il corretto uso delle risorse, il voto e i consumi consapevoli. Azioni quotidiane, personali, che non richiedono necessariamente l’adesione stabile a un’organizzazione. Molto più bassa, invece, è la fiducia verso partiti, associazioni, movimenti politici e mobilitazioni di piazza. L’iscrizione a un partito è l’opzione che raccoglie il livello di rifiuto più alto.È forse questo il passaggio sociologicamente più interessante della ricerca. La sfiducia non riguarda soltanto la politica istituzionale, ma più in generale le forme tradizionali dell’azione collettiva. Durante gli incontri svolti nelle scuole, molti studenti hanno spiegato di percepire le organizzazioni come realtà “con una loro agenda”, poco disponibili ad ascoltare i nuovi arrivati, oppure inefficaci nel produrre cambiamenti concreti.C’è poi un altro elemento: il timore del giudizio sociale. Alcuni ragazzi e ragazze raccontano la paura di essere derisi dai propri coetanei per un impegno politico troppo esplicito. Altri parlano della difficoltà di assumersi un impegno continuativo in una fase della vita già segnata da incertezza e pressione.Quando la politica diventa concretaNonostante tutto questo, però, il report lascia intravedere anche uno spazio possibile di riattivazione della partecipazione, soprattutto quando si passa dalle categorie astratte alle politiche concrete.È il caso della proposta di “eredità universale” avanzata dal ForumDD: un trasferimento economico di 15mila euro destinato a tutti i diciottenni. La misura raccoglie il consenso di quasi tre quarti degli intervistati. C'è anche da dire che è una proposta non così vicina ad attuarsi e difficilmente, ad oggi, concreta. Secondo gli autori però, proprio questo aspetto mostra quanto potrebbe essere importante coinvolgere direttamente le nuove generazioni nella costruzione delle politiche che le riguardano. Non soltanto come destinatari di decisioni prese altrove, ma come interlocutori attivi.La fotografia che emerge dalla ricerca, insomma, è molto distante dall’immagine stereotipata di una generazione disinteressata o incapace di leggere la realtà. Quello che appare è piuttosto un universo giovanile che osserva con lucidità le grandi crisi contemporanee – sociali, ambientali, democratiche – ma che fatica a riconoscere negli strumenti collettivi esistenti uno spazio credibile di trasformazione.Ed è forse proprio qui che si apre la domanda più politica del report: non tanto perché i giovani non partecipino, ma perché le forme tradizionali della partecipazione non riescano più a convincerli.