Basta ascoltarli, i più giovani, per sapere che stanno male. E che sono sempre più numerosi i ragazzi e le ragazze che non sanno come riempire il vuoto che a tratti si spalanca dentro, sopportare l’assenza di punti di riferimento e la paura di non avere futuro, tenere testa agli sguardi attoniti di chi, invece di riconoscerli per ciò che sono (e non per quello che, secondo noi adulti, dovrebbero essere), li giudica. Basta ascoltarli, dicevo, anche se non è semplice: ascoltare qualcun altro è sempre stato difficile, ma oggi lo è ancora di più. Non è mai stato così complicato fare spazio all’alterità altrui, soprattutto quando mette in discussione le nostre certezze. Accade ai genitori e accade agli insegnanti. Accade anche a me, che pure con i giovani ci passo ore e ore, tra le mura dell’università. E mi vanto di aver capito, pian piano, che il mio vecchio modo di insegnare non funzionava: niente più lezioni magistrali recitate dalla cattedra, ma dialogo continuo in mezzo ai banchi, provando ad ascoltare persino il rumore della loro noia.
Le colpe della sofferenza dei giovani
Sono in tanti a soffrire nell’anima, combattendo quotidianamente con la sensazione di non essere adeguati, di non essere “abbastanza”. C’è chi dice che sia colpa della pandemia: chiusi in casa, costretti alle lezioni online, avrebbero perso gli amici e imparato la solitudine. C’è chi sostiene che sia colpa delle tante guerre, che rubano serenità e speranza. C’è chi indica i cambiamenti climatici e la crisi ambientale, che da tempo hanno sottratto loro il futuro. E via con dati e statistiche: aumento dei disturbi alimentari, aumento dell’autolesionismo, aumento dell’ansia e dell’aggressività. Ma quasi nessuno che provi a fare un po’ di autocritica, invece di prendersela sempre e solo con il sistema. Quand’è che noi insegnanti o genitori inizieremo a farci un esame di coscienza?







