C’è un aneddoto, molto citato negli studi sul ragionamento statistico, che aiuta a spiegare uno degli errori più frequenti nel modo in cui raccontiamo le donne in politica. Durante la Seconda guerra mondiale, gli Alleati cercavano di capire come rendere più sicuri gli aerei. Osservavano i velivoli delle missioni, studiando i punti che, una volta tornati alla base, si rivelavano i più deboli, perché è lì che erano stati colpiti: le ali, la fusoliera, la coda. La conclusione sembrava intuitiva: serviva rinforzare le parti con più fori di proiettile. Ma il ragionamento era sbagliato, ed era vero l’esatto opposto: quegli aerei erano, appunto, tornati. Erano gli aerei sopravvissuti. I punti davvero vulnerabili non erano quelli pieni di buchi, ma quelli senza buchi: perché gli aerei colpiti lì, probabilmente, non erano rientrati affatto. È il paradosso della sopravvivenza, l’errore di guardare solo a chi arriva fino al punto di essere osservato, dimenticando chi si è fermato prima.Con le donne in politica oggi rischiamo di fare qualcosa di simile. Vediamo Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, Elly Schlein alla guida del principale partito di opposizione, Silvia Salis a Genova, Sara Funaro a Firenze, Laura Castelletti a Brescia, Vittoria Ferdinandi a Perugia. Vediamo, cioè, donne che hanno raggiunto posizioni apicali, simbolicamente rilevanti, molto visibili e da quella visibilità possiamo essere tentati di ricavare una conclusione rassicurante: se alcune donne arrivano così in alto, allora il sistema è davvero aperto. Eppure, quelle donne sono gli aerei tornati alla base: raccontano una parte importante della storia, ma non tutta. Perché non raccontano, da sole, quante donne non siano mai entrate nei circuiti della partecipazione politica, quante non siano state considerate candidabili, quante si siano fermate davanti al costo dell’esposizione. Per questo il paradosso delle amministrative 2026, in cui le donne candidate a sindache sono state pochissime, è solo apparente: possiamo avere donne molto visibili ai vertici della politica nazionale e locale, e allo stesso tempo pochissime candidate.Il motivo è che stiamo guardando due livelli diversi dello stesso processo: in alto, vediamo le sopravvissute. In “basso” (che poi tanto basso non è), analizziamo i dati sulle candidature e vediamo che la selezione continua a fermarne molte, troppe, fin dalle fasi iniziali di una carriera politica. Partiamo dai dati: nei 18 capoluoghi chiamati al voto, le candidature erano 86: 77 uomini e 9 donne. Il 90% dei candidati era uomo; metà dei capoluoghi non aveva alcuna candidata donna, l’altra metà ne aveva una sola. E questa tornata è particolarmente negativa, ma non speciale: le donne sono statisticamente, sistematicamente, caparbiamente, troppo poche. Partecipare alla politica, per tutti, ma soprattutto per le donne, è una corsa a ostacoli. Il primo ostacolo è il più insidioso: il tempo. La partecipazione politica non comincia il giorno in cui una persona si candida, ma molto prima: si parte dall’informarsi, dal seguire il dibattito locale, dall’andare alle riunioni, dall’entrare in un comitato, dal frequentare un partito, dal costruire relazioni. Dall’essere presenti nei luoghi dove si formano opinioni e decisioni. Tutto questo richiede una risorsa fondamentale: tempo disponibile da dedicare a queste attività. E il tempo, culturalmente, storicamente, socialmente, non è distribuito in modo neutro. In Italia il lavoro di cura, familiare e domestico continua a pesare più sulle donne che sugli uomini. Con queste premesse, per molte donne è più difficile garantire continuità. La politica premia chi resta, chi accumula presenza e relazioni, chi può offrire disponibilità continua. Inoltre, le candidature non nascono quasi mai come scelte individuali, ma sono il risultato di partiti, coalizioni, equilibri.Nei capoluoghi, soprattutto quando la competizione è considerata importante, si tende a scegliere il profilo ritenuto più sicuro, che gode già di visibilità e, per storia e relazioni, viene ritenuto solido e competitivo. E proprio questi criteri, apparentemente neutri, si applicano dentro reti a storica predominanza maschile, con la conseguenza che il candidato uomo appare più spesso come “l’opzione normale e rassicurante”. Inoltre, candidarsi a sindaca significa accettare un livello alto di visibilità, conflitto e attacco personale, maggiore per le donne. Non si viene giudicate solo sul programma o sulla competenza, ma anche sul corpo, sul tono, sull’età, sulla famiglia, sull’ambizione, sulla durezza, sull’empatia, sull’idea di femminilità che incarnano (o tradiscono). Qui sta il punto: le poche candidate non sono semplicemente il risultato di una minore ambizione individuale, ma il risultato di un processo selettivo più costoso. Per arrivare alla candidatura, una donna deve spesso superare gli stessi filtri, ma con qualche complicazione in più. Tempo, continuità, reti e legittimazione non sono risorse distribuite in modo neutro.Le donne, nella politica, non sono moltissime, ma ci sono: nei consigli comunali, nelle giunte, negli staff, nell’associazionismo, nei movimenti civici, nei partiti. Ma tra presenza politica e candidatura a sindaca serve fare un salto: ed è quel salto uno dei punti in cui la disuguaglianza si manifesta. In questo senso, le poche sindache elette, così come le donne presenti e che salgono agli onori della cronaca, non smentiscono il problema, anzi: lo rendono più leggibile. Le donne che vengono elette non dimostrano che la corsa sia uguale per tutti. Dimostrano solo che alcune riescono ad arrivare in alto nonostante una corsa più lunga, più esposta e più costosa, fatta di scarsità di tempo, accesso difficile alle reti, selezione interna, costo reputazionale e maggiore esposizione agli attacchi. E non necessariamente per privilegio, ma per aver sostenuto un costo politico, personale e pubblico spesso decisamente superiore rispetto ai colleghi uomini.Per questo, quando parliamo di rappresentanza, non basta guardare agli aerei tornati alla base: bisogna chiedersi quante donne siano rimaste fuori dalla competizione reale. Il punto non è trasformare quelle che ce la fanno in eccezioni “eroiche”: questo sarebbe un altro errore, innanzitutto perché loro stesse raccontano e lamentano gli ostacoli incontrati durante il percorso. Il punto è evitare che la loro esistenza venga usata per dire che il problema, tutto sommato, non esiste. Se le donne candidate nell’ultimo appuntamento elettorale prima delle prossime elezioni politiche sono una su dieci, il problema non è solo rappresentativo, ma strutturale. Significa che la politica locale continua a funzionare come un percorso a ostacoli. Non tutti partono dallo stesso punto, non tutti hanno lo stesso tempo per correre, non tutti pagano lo stesso prezzo. E alla fine arrivano in poche.
Il paradosso degli aerei sopravvissuti: perché le donne in politica sembrano molte, ma non lo sono
La presenza femminile in ruoli politici di vertice può dare l’illusione di un sistema equo, ma i dati sulle candidature e i meccanismi di selezione mostrano ost















