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4 DICEMBRE 2025
Ultimo aggiornamento: 7:20
Per anni ci siamo raccontati una storia rassicurante: le donne, una volta arrivate al potere, sarebbero più refrattarie alla corruzione, più attente al bene comune, meno inclini ai giochi sporchi che da sempre segnano la politica e gli affari. Una narrazione comoda, utile a legittimare le – sacrosante – politiche di parità, ma che oggi, alla prova dei fatti, mostra tutte le sue crepe. Il caso di donne in posizioni apicali, coinvolte in vicende giudiziarie di estrema gravità, racconta un’altra verità: quando una donna entra davvero nel cerchio del potere, entra anche nel suo lato oscuro. Non è il genere a fare da diga al malaffare, ma la qualità – o l’assenza – delle istituzioni che dovrebbero contenerlo.
Ed è qui che il “mirabile testo” dei colleghi Lucio Picci e Alberto Vannucci, Lo Zen e l’arte della lotta alla corruzione, che invito a leggere, viene sistematicamente tradito da una lettura ideologica che gli è estranea. Nel celebre passaggio in cui, evocando Benigni, si chiedono “la donna, la donna, la donna… o l’omo?”, gli autori ricordano che molti studi empirici e sperimentali sembrano mostrare, in media, una minore propensione femminile alla disonestà: più attenzione ai beni comuni, minore tolleranza verso i comportamenti scorretti, maggiore disponibilità a sacrificare il vantaggio privato a favore dell’interesse collettivo. Ma nello stesso capitolo precisano, con onestà intellettuale, che a contare non sono i cromosomi, con buona pace del ministro della Giustizia, bensì la struttura dei valori culturali e l’assetto istituzionale.






