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Ultimo aggiornamento: 18:12
Il filosofo Friedrich Nietzsche definiva i moralisti come coloro che, non potendo razzolare male, si attrezzano per predicare fin troppo bene. È la prima cosa che mi è venuta in mente leggendo del gruppetto di sedicenti femministe radicali che – stando a quanto riferito per prima da Selvaggia Lucarelli su questo giornale e alle attività della magistratura inquirente – si sarebbero distinte per comportamenti e frasi diametralmente opposte al politicamente corretto e al rispetto delle minoranze discriminate o perseguitate sulla cui difesa hanno pur costruito la propria notorietà.
Non è la prima e certamente non sarà l’ultima volta che questi nostri tempi sciagurati e mediocri ci mettono di fronte a figure patetiche e, tutto sommato, dannose come quelle summenzionate. Ho scritto “dannose” perché trattandosi di influencer, la loro appunto influenza – economica, ideologica, di costume – è comunque rilevante, come dimostrò il caso della regina di queste nullità di successo, Chiara Ferragni.
Ma ciò su cui voglio concentrare la mia attenzione, comunque a partire da tale fatto di cronaca, è altro. Questo altro non riguarda tanto il fatto che la pratica psicoanalitica, la teoria filosofica e infine la Storia ci insegnano che proprio dove si staglia in bella vista il fanatismo moralista, là sotto si nascondono le turpitudini e l’immoralismo peggiori; quanto piuttosto che il tipo di società mediatica in cui ormai ci troviamo immersi richiede proprio quel tipo di moralismo se si vuole incrementare il numero dei propri follower, delle visualizzazioni dei propri contenuti, quindi della propria notorietà e infine dei propri guadagni.






