Super pagati ma super perdenti?

La questione va gonfiandosi come succede alla pancia delle rande, e coinvolge nomi sacri del calcio. I super allenatori, quelli dal cachet più alto e con le biografie più ricche, dopo tanto amore stentano a ritrovare nel cuore dei tifosi il posto che avevano prima che questo campionato fosse concluso. Se per due di essi, Max Allegri e Luciano Spalletti, il pollice verso subisce l’effetto dell’esito finale disastroso per aver buttato per aria la partecipazione alla Champions, data quasi per fatta solo una domenica fa per il Milan ancor più che per la Juve, non si può dire la stessa cosa di Antonio Conte, che lascia il Napoli dopo aver conquistato un secondo posto e la Supercoppa. Aggiungere lo scudetto dell’anno scorso significa rafforzare un bottino di tutto rispetto.

Eppure anche il suo nome è ripreso e immesso nella faglia gerontocratica del calcio italiano che gode di scarsissima reputazione. Dopo la Nazionale, ormai per la terza volta fuori dal mondiale, la Serie A risulta in Europa quasi un campionato cadetto, di sicuro meno glamour. I top players, le star del firmamento, non trovano interesse di venire da noi, se non a fine carriera. Troppo più forte la Premier inglese, il campionato spagnolo, quello francese e anche il tedesco. Troppo superiori le distanze di tipo tecnico ed economico, la forza mediatica di club (Real, Manchester, Bayern, Psg i più noti) e il carattere transnazionale che aggiungono oro a squadre già coperte da enormi investimenti.