«Siamo venuti in Italia per lavorare. Se dobbiamo fare questa fine, potevamo restare e morire di fame». Souleymane Sako è il fratello di Bakari, cameriere e bracciante maliano pestato e ucciso a Taranto all’alba del 9 maggio scorso da un branco di sei ragazzi, quattro di loro minorenni. E dall’indifferenza dei presenti, perché nei video si vedono una ragazza che rimane a guardare e il gestore di un bar, che caccia Bakari quando prova a rifugiarsi nel locale. Souleymane è appena atterrato a Bamako. Non rivedrà più suo fratello. Lo riporterà a casa morto, chiuso in una bara. Lo aspetta la notte maliana, poi un viaggio difficile: la strada verso il villaggio di Mouline, dove sono nati e cresciuti, nella regione di Kayes, è pericolosa, e lui sta cercando di organizzare un trasporto aereo interno per quando arriverà il corpo del fratello. Bakari Sako, 35 anni, è ancora al cimitero di Taranto. Il Comune non ha rilasciato il documento necessario per ottenere il passaporto funerario. Il rimpatrio, il viaggio, il funerale. Sono passaggi burocratici obbligati, non può ancora abbandonarsi al dolore. Ma c’è anche un’Italia solidale che si è schierata con loro. L’avvocata di famiglia che sta seguendo tutto e forse già oggi dovrebbe ottenere il nulla osta per far partire Bakari. La Flai Cgil Nazionale, che pagherà interamente le spese di rimpatrio. La ditta di onoranze funebri che ha donato la bara. «Quando Bakari arriverà, la famiglia farà una prima funzione all’aeroporto, poi un’altra al villaggio», racconta Caterina Contegiacomo di Mediterranea Saving Humans - ma soprattutto amica di famiglia - colei che ha dovuto dare ai Sako la drammatica notizia dell’uccisione di Bakari, e che dall’inizio affianca Souleymane e gli altri parenti nel lutto. Tra il 2014 e il 2017 ha accolto e aiutato per prima i due fratelli, ancora minorenni, appena sbarcati a Taranto. Souleymane parla sottovoce: «Non cerco vendetta, chiedo solo due cose: giustizia e rispetto». Chi era Bakari? «Un uomo buono. Ma non perché era mio fratello. Era sinceramente buono e talmente timido che a stento rideva alle battute. Rispettosissimo. Sempre al suo posto. Era più grande di me e nonostante ciò non si vergognava mai di chiedere il mio aiuto per le decisioni importanti. Veniva da me, il suo fratello minore. E si fidava». Come desidera che venga ricordato in Italia? «Come un essere umano che è stato brutalmente ucciso. È andato via da casa molto presto per dare una mano alla nostra famiglia. Io non l’ho visto crescere. Da noi si diventa grandi da bambini. Il tempo del gioco si spezza in fretta. Ricordo quanto amore aveva per i nostri genitori. Quando non stavano bene era lui che li aiutava. Lo scorso Natale aveva mollato tutto a Taranto, compreso il lavoro da cameriere, ed era rientrato perché nostro padre stava male. L’ha accudito per tre mesi: lo faceva mangiare, camminare, lo lavava. Poi è rientrato a Taranto, servivano soldi e avendo perso il lavoro da cameriere faceva il bracciante». Siete partiti bambini da casa. Con che sogni avete affrontato il mare? «Siamo nati con la speranza di vivere una vita bella. E cercavamo solo il modo di realizzare questo sogno, anche se è difficile, anche se si lavora tanto. Non si smette mai di sperare. Non si smetteva mai». Don Ferro è il parroco delle chiese della Città vecchia di Taranto, il luogo dove Bakari è stato ammazzato. Intervistato da La Stampa dopo l’omicidio ha detto che in Italia distinguiamo le vittime con la pelle bianca da quelle con la pelle nera perché «siamo razzisti». È così, secondo lei? «Non so se siete razzisti. So che per noi è sempre molto difficile fare le cose. Andare sui pullman, viaggiare, camminare per strada, avere i documenti. So solo questo». Appena si è diffusa la notizia dell’uccisione di suo fratello, sui social sono apparsi anche commenti di odio. «Non è iniziato oggi e non possiamo cambiare questo. Gli stessi insulti ci vengono rivolti anche mentre siamo su un bus o camminiamo per strada. Fa male. Così come fa male vedere ora le sue foto in continuazione condivise da tutti: chi per omaggiarlo, chi per insultarlo. Però una cosa è certa e ve la voglio dire: siamo tutti stranieri. Dovunque nel mondo, c’è un posto in cui anche voi siete stranieri. Anche quelli che odiano gli stranieri hanno familiari che vivono in un altro posto, in una città diversa, e sono stranieri. Il nostro problema è che abbiamo anche la pelle nera. Se avessimo la pelle bianca, ci mimetizzeremmo meglio». Cosa chiede all’Italia? «Che sia fatta giustizia. Non vogliamo vendetta. E vogliamo che quello che è capitato a Bakari non succeda mai più. Né alle persone straniere né a quelle italiane». Ha paura di tornare nel nostro Paese? «Sì. Anche se non penso rientrerò. Andrò in Spagna a cercare ancora lavoro. Vogliamo solo lavorare e poterci migliorare». Cosa direte ai figli di Bakari, quando saranno grandi? Sono due e sono nelle pance delle loro mamme: Bakari aveva due mogli in Mali. Non conosceranno mai il padre. «Racconteremo la verità, anche se è dura. Che è stato ammazzato. Senza motivo, brutalmente, perché era un ultimo, per di più nero. Perché se scoprissero da soli la verità starebbero ancora più male. Non vogliamo siano pervasi solo dalla rabbia. Racconteremo loro anche di chi ci ha aiutato. Non sappiamo come dirglielo. Ma diremo loro la verità». Vorrebbe incontrare gli assassini di suo fratello? «Non credo. Ma non posso rispondere ora. Non ne sono ancora certo». Souleymane aspetta. Il documento dovrebbe arrivare lunedì. Fuori dall’aeroporto di Bamako la notte è calda. Il corpo di Bakari è ancora a Taranto.
Souleymane Sako: “Mio fratello Bakari ucciso dal branco. Non tornerò in Italia perché ho paura”
Il familiare del bracciante ammazzato a Taranto da un gruppo di ragazzi: «Chiedo solo giustizia e rispetto. Nel vostro Paese per chi ha la pelle nera è diffici…









