Ieri l’interrogatorio di Mohammad Sakka accusato di tentato omicidio per San Barnaba
domenica 24 maggio 2026
di Giacomo Costa
VENEZIA - «Io ero lì per provare a trovare una soluzione, per mediare. Nei giorni precedenti erano stati i Mallat ad aggredirci e ci eravamo dati appuntamento per cercare di chiarire. Siccome ero in buoni rapporti con alcuni di loro mi sono presentato anche io all'appuntamento, per farli ragionare. Ma quando le cose sono degenerate, quando sono spuntati i coltelli, mi sono subito smarcato: non ho colpito nessuno, nei filmati di quella sera si vede chiaramente». Non ha solo respinto l'accusa di tentato omicidio, per spiegare il suo ruolo nello scontro di calle lunga San Barnaba Mohammad Sakka ha rilanciato la palla nel campo avversario, puntando il dito contro la famiglia rivale: «Qualche giorno prima eravamo stati noi a prenderle».
Il tunisino arrestato mercoledì è stato ascoltato ieri a Santa Maria Maggiore: assistito dal suo avvocato, il legale Marco Borella, Sakka non ha gestito l'interrogatorio di garanzia trincerandosi dietro alla sua facoltà di non rispondere, anzi ha insistito sulle sue ragioni - e sui video che hanno ripreso la rissa armata del 22 aprile. Nessuna domanda, per ora, sui fatti di sabato scorso: Mohammad sarebbe stato riconosciuto come l'uomo che, sette giorni fa, ha brandito una spada giapponese contro il gruppo rivale dei Mallat, ma quella vicenda non è ancora arrivata sulle scrivanie della procura, la denuncia formale raccolta dagli uffici della questura solo venerdì mattina. Invece è possibile che il giudice gli abbia chiesto conto della sua presenza in città, il mese scorso: all'epoca su di lui pendeva l'ordine di allontanamento dal centro storico per i maltrattamenti contro la compagna, revocato per motivi di lavoro solo a inizio maggio. LA LUNGA ESCALATION Oltre a Mohammad, ieri mattina in carcere è stato ascoltato anche Aliadushsakka Sakka: intercettato giovedì dai carabinieri, lui è accusato di furto, rapina e lesioni, tre distinti episodi avvenuti ad aprile che l'hanno visto rubare un telefonino e picchiare un altro straniero (nessuno dei suoi bersagli faceva Mallat di cognome); difeso sempre dall'avvocato Borella, anche Aliadushsakka ha scelto di parlare: «Non erano furti - ha spiegato - Stavo reclamando quanto mi era dovuto: quelle persone avevano comprato della droga ma non l'avevano pagata». L'ordinanza che lo riguarda, richiesta dal pubblico ministero Giovanni Zorzi, chiama in causa anche un altro complice, che al momento resta ancora latitante - anche se pare che nei giorni scorsi sia stato riconosciuto in giro per Mestre. L'accusa di tentato omicidio a San Barnaba ai danni dei due Mallat, invece, ha portato in prigione anche Koussey Sakka e Nasri Fahmi, il primo fermato mercoledì in una casa di via Cappuccina, il secondo il giorno seguente, già scappato nel Comasco (e che, ieri, faceva fativa a trovare un legale). Ma ci sono diversi episodi ancora che potrebbero venire contestati a tutti loro: lo stesso Mallat preso a colpi di machete alle Zattere era stato picchiato due settimane prima a Santi Apostoli, pare proprio da Koussey. E davanti alla chiesa dei Gesuati era presente anche l'uomo ancora ricercato dai carabinieri. D'altronde una delle due vittime di San Barnaba ha finito per venire ferita lievemente anche la settimana scorsa, proprio dalla lama di Mohammad. Infine resterebbe da trovare il fratello di quest'ultimo: denunciato venerdì mattina, è lui l'uomo col machete, e ha partecipato anche al pestaggio a Santi Apostoli - ma non all'agguato in calle lunga, ed ecco perché non è tra i Sakka che hanno ricevuto la prima accusa di tentato omicidio.











