VENEZIA - «Non è mica difficile trovarli, sono sempre lì, alla luce del sole. Anche oggi, a soli due giorni di distanza dal disastro di sabato notte: non hanno paura di niente, si sentono i padroni della zona». Rintanati in casa a consumare disinfettante e antidolorifici per sopportare i punti di sutura, ieri i due ragazzi presi a colpi di machete e di katana guardavano verso le Zattere e parlavano con tono rassegnato: quel lungo tratto di Venezia compreso tra San Basilio e la fondamenta degli Incurabili per loro non è più terreno di scontro, ormai è territorio nemico.
La geografia della guerra tra la famiglia Sakka e la famiglia Mallat è un Risiko che si concentra su un paio di aree ben specifiche della laguna, ma che pure si allunga in terraferma, a Mestre e a Marghera, che sconfina fino alla riviera del Brenta e arriva a toccare il Padovano. E che, ovviamente, parte dalla Tunisia, dal distretto di Chebika, nel governatorato di Kairouan, la regione del Paese che i due cognomi sono costretti a condividere da sempre. La rivalità in patria, insomma, è diventata battaglia anche dall’altra parte del Mediterraneo, e il ferocissimo assalto all’arma bianca consumatosi sul sagrato della chiesa dei Gesuati, alle due e mezza di domenica mattina, non è stata che l’ultima schermaglia dopo due mesi di escalation tra le calli e i campielli del centro storico veneziano. MORTO ANNEGATO La faida tra i due gruppi è diventata di dominio pubblico dopo la tragedia di due settimane fa, quando nel rio di San Polo è stato trovato il corpo senza vita di Jamel Mallat: 22 anni, residente a Mestre, era il cugino dei due feriti nel fine settimana. La sua morte mostra i contorni di un terribile incidente: le telecamere installate tra corte Amaltea e palazzo Corner Mocenigo (sede della Guardia di finanza) lo hanno ripreso solo, che barcollava e che finiva in acqua; sul suo corpo non sono stati trovati segni di violenza. Ci sono però anche altri filmati, video ripresi con il cellulare che lo ritraggono mentre litigava con un gruppetto di Sakka, poche ore prima di affogare: lo avevano tirato fuori da un bar, discutevano con lui proprio sulle rive del canale della Giudecca (di nuovo: le Zattere), la minaccia di un coltello confermata dalla conversazione in arabo. Poi la fuga attraverso Santa Margherita, i Frari, raccontata tra i messaggi vocali agli amici: «Mi inseguono». Dalla Tunisia, il cugino gli raccomandava: «Non tornare a casa tua, fatti ospitare da qualcuno». Jamel era riuscito a trovarsi un rifugio, sempre in terraferma: i Sakka arrivano anche lì, ma non potevano conoscere quell’altro indirizzo. Il 22enne, però, non si è mai presentato dal suo appoggio. LA DROGA, I COLTELLI «Sono in quattro o cinque, sono pochi, ma violenti. Spacciano alle Zattere e a Santi Apostoli, soprattutto», insiste la versione dei Mallat feriti, che mostrano sulla cartina della città le zone ormai perdute. Due sestieri diversi, in mezzo c’è strada Nova, l’Accademia, volendo anche Rialto. E campo Santa Margherita, fulcro della vita notturna lagunare, dove in un paio di occasioni Jamel è stato fermato con in tasca qualche grammo. Nelle immediate vicinanze, giusto un ponte di distanza, si arriva anche in calle lunga San Barnaba: è lì che, neppure due mesi fa, sono stati accoltellati altri due Mallat - uno dei due, 32 anni, è rimasto coinvolto anche nella rissa a spadate di domenica, rimediando un taglio al braccio. Pure suo fratello più giovane di un decennio, uscito dall’ospedale con sei punti tra gamba, mano e mento (ha parato un fendente di machete diretto al suo viso) era già stato aggredito in precedenza: una settimana prima della morte del cugino i Sakka l’avevano sorpreso proprio a Santi Apostoli, lo avevano stordito con una spruzzata di gas al peperoncino, poi gli avevano rotto una bottiglia sulla testa - dieci giorni di prognosi. Da un lato all’altro di Venezia, la morsa della banda più piccola sembra stringersi dai margini alle zone più centrali - quelle turistiche, quelle affollate. Ma l’assedio potrebbe venire rotto dall’esterno: i Mallat sono anche in provincia, sono a Padova, luoghi che Jamel frequentava (e dove, forse, spacciava). A poche ore dalla sua morte i suoi parenti residenti lì promettevano vendetta: «Siamo più di loro, sappiamo chi è stato. Aspettiamo di organizzarci e poi arriveremo in massa. E sarà un bagno di sangue».








