VENEZIA - A metà mattinata, nel cielo sopra la laguna, si vedevano ancora le sagome degli elicotteri. Un ultimo passaggio, il blitz in realtà era scattato già ore prima: all’alba le auto in livrea hanno tagliato via Cappuccina, a Mestre, e hanno sorpreso Koussey Sakka nell’appartamento in cui aveva trovato rifugio da qualche giorno, ospite di un bengalese. Nello stesso momento, ma a un altro numero civico, i poliziotti bloccavano anche il cugino, Mohammad Sakka. I due tunisini dovranno rispondere, a vario titolo, di tentato omicidio, ma è probabile che nei prossimi giorni l’elenco dei capi di imputazione a loro carico si allunghi ancora: sono stati rintracciati e fermati, su ordine del pubblico ministero Anna Andreatta, perché sospettati di essere responsabili dell’accoltellamento di due persone in calle lunga San Barnaba, in centro storico, un mese fa, ma chi li conosce li ha già indicati come i partecipanti dell’assalto all’arma bianca che tra sabato e domenica ha macchiato di sangue il sagrato della chiesa dei Gesuati, alle Zattere, l’ultimo capitolo di una faida che vede la loro famiglia contrapposta a quella dei Mallat, originaria della stessa regione della Tunisia.

INDAGINI PARALLELE La guerra tra i due gruppi nelle ultime settimane ha visto un’escalation continua: dopo le pugnalate del 22 aprile, che hanno lasciato a terra due Mallat, si sono registrate diverse aggressioni, tra Santi Apostoli e l’Accademia. Poi, il 5 maggio, la morte di Jamel Mallat, annegato in rio di San Polo; un tragico incidente, raccontato dalle telecamere della zona, ma che ha seguito l’ennesima discussione con i Sakka - tanto che i parenti del 22enne affogato in canale si sono rivolti all’avvocato Marco Marcelli perché la vicenda venga chiarita sotto ogni aspetto.«Ci sono stati numerosi episodi che hanno visto la contrapposizione tra le due famiglie, questo è un fatto - ricordava ieri la procuratrice di Venezia, Alessandra Dolci - Che dietro ai contrasti ci sia una questione legata allo spaccio di droga, per ora, resta una congettura. L’importante è che siamo arrivati a queste misure, perché simili episodi di violenza destano un elevano allarme sociale: si sono manifestati in contesti pubblici, in una città come Venezia, con alta presenza di persone nelle strade - cittadini e visitatori - comprensibilmente allarmate». All’indagine sull’accoltellamento si è affiancato un secondo fascicolo per lesioni aggravate, rapina e furto aggravato, gestito dal pm Giovanni Zorzi, che riguardava fatti del 13, 18 e 20 aprile: la banda dei Sakka avrebbe infatti picchiato e inseguito un altro Mallat, ma anche fatto a più riprese irruzione nell’abitazione di un immigrato palestinese, nel sestiere di Cannaregio, colpendolo selvaggiamente, una serie di fratture a testimoniare l’aggressione subita. La squadra Mobile della polizia di Stato, capitanata dal dottor Eugenio Masino e assistita dagli agenti del commissariato San Marco, e i militari del reparto operativo dei carabinieri di Venezia, sotto la guida del colonnello Giuseppe Battaglia, hanno lavorato per incrociare le storie, arrivando a stringere il cerchio attorno a cinque nominativi, con altrettante perquisizioni eseguite agli indirizzi che avrebbero dovuto ospitare i sospettati. Ieri, infine, è arrivata l’ordinanza di custodia cautelare per tre Sakka e per altri due componenti della loro banda - cognomi diversi, stesso gruppo di appartenenza - ma tre di questi sono riusciti a rendersi irreperibili prima dell’arrivo delle sirene. I PUNTI IN SOSPESO Mohammad e Koussey sono stati identificati grazie alle riprese della videosorveglianza attorno a San Barnaba, ma anche attraverso video e fotografie pubblicati sui social network - altro fronte caldissimo della faida tunisina, basti pensare che da cinque giorni i Sakka continuano a sfruttare il cellulare “nemico” rubato alle Zattere per riempire l’account dell’avversario ferito con ogni genere di contenuto compromettente. Ci sono ancora molti fatti che vanno collegati, però: l’aggressione di tre settimane fa ai danni di un Mallat, a Santi Apostoli, già denunciata in questura, e soprattutto quello scontro sulle rive del canale della Giudecca a colpi di machete e di katana, che è costato sei punti di sutura proprio allo stesso 22enne malmenato la volta precedente - un fatto che sarà verbalizzato domani negli uffici della polizia. Intanto l’avvocato di Mohammad, Marco Borella, si prepara a fornire la versione del suo assistito: c’è anche un video ripreso dai Sakka sulla schermaglia di San Barnaba, in cui si mostrano i Mallat attaccare per primi.