VENEZIA - All’incirca una settimana fa il tribunale gli aveva concesso di mettere di nuovo piede in laguna, revocando il divieto che aveva rimediato come conseguenza dei maltrattamenti contro la compagna residente alla Giudecca. Domenica, alle due e mezzo del mattino, era sul sagrato della chiesa dei Gesuati con in pugno una spada giapponese, circa un metro di lama tenuta lungo il fianco e poi abbattuta contro i rivali della famiglia Mallat. Mohammad Sakka, uno dei due uomini di origini tunisine arrestati ieri dalle forze dell’ordine, sarebbe insomma dovuto tornare a Venezia solo per lavorare, assunto come trasportatore il mese scorso, invece ne ha approfittato per inserirsi a gamba tesa nella faida che sta agitando calli e campielli del centro storico. Suo cugino, Koussey Sakka, pure lui finito in manette, avrebbe partecipato anche a più battaglie: era alle Zattere, cinque giorni fa, ma a fine aprile ha anche preso parte al pestaggio del Mallat 22enne accerchiato a Santi Apostoli, tra spray urticante e bottiglie rotte contro la testa. E, soprattutto, entrambi i Sakka sono stati identificati come i responsabili dell’accoltellamento avvenuto esattamente un mese fa, in calle lunga San Barnaba: l’ordinanza del giudice per le indagini preliminari che li riguarda è arrivata proprio come conseguenza di quei fatti, che per la procura si classificano come tentato omicidio. E, calendario alla mano, significa che probabilmente Mohammad all’epoca stava anche violando l’ordine di allontanamento dalla città.