Una torcia lasciata all’ingresso del tunnel per ritrovare la via del ritorno. Oppure una luce diventata inutile quando la sabbia sollevata dalle pinne (come si vede nelle immagini del team finlandese, ndr) ha azzerato la visibilità dentro la grotta. È una delle ipotesi che circolano tra subacquei e istruttori delle Maldive – come riporta Il Corriere della Sera – dopo la morte dei cinque italiani intrappolati nella grotta sommersa dell’atollo Vaavu. Ed è anche uno degli elementi che stanno spingendo il governo maldiviano ad accelerare sulla creazione di una legge specifica per le immersioni tecniche e in grotta. Le autorità mantengono il massimo riserbo sulle indagini aperte dopo l’incidente, il più grave mai avvenuto nell’arcipelago. Sotto sequestro restano le attrezzature recuperate dai soccorritori finlandesi: GoPro, computer subacquei, torce e bombole. Saranno proprio i filmati e i dati registrati durante l’immersione a chiarire cosa sia successo negli ultimi minuti prima della tragedia.

Nel frattempo, però, dal porto turistico di Hulhumalé e dagli ambienti dei divemaster emergono racconti e ricostruzioni che aiutano a comprendere quanto fosse rischiosa quell’esplorazione. Secondo diversi subacquei locali, la cavità non era sconosciuta. Alcuni istruttori raccontano che negli anni vari sub, maldiviani e stranieri, si sarebbero immersi almeno nella prima camera della grotta. Non esisterebbero però mappe ufficiali depositate né percorsi fissati con linee guida permanenti. Il team di esperti finlandesi ha lasciato le Maldive proprio con l’appello a mappare la grotta. Il punto più critico sarebbe il corridoio che collega le due camere: un tunnel con un dosso interno che, spiegano i sub più esperti, può nascondere la visuale dell’uscita e rendere difficile ritrovare il passaggio corretto durante il ritorno.