La ricostruzione della strage: l'entrata nella caverna, il corridoio, la seconda grotta. L'assenza del Filo d'Arianna e le bombole sbagliate. Fino all'illusione ottica all'uscita
«Cosa è successo ai sub italiani alle Maldive? Presto per dirlo, ma in questi casi spesso conta l’errore umano». Jenni Westerlund, 38 anni, fa parte del team finlandese che ha recuperato i corpi di Monica Montefalcone, Giorgia Sommacal, Federico Gualtieri e Muriel Oddenino dalla grotta di Dhekunu Kandu vicino ad Aliathà, sull’atollo di Vaavu. «Si sono persi ed è stato fatale. Purtroppo, nella storia dell’esplorazione subacquea di casi simili ce ne sono tanti», spiega Laura Marroni, Ceo di DAN Europe. La ricostruzione delle ultime ore punta sulla mancanza dell’attrezzatura adatta all’immersione nelle grotte. E sul dosso che forse ha impedito la visibilità dell’uscita.
Cosa è successo ai sub italiani alle Maldive
I cinque sono entrati volontariamente nella caverna e da lì all’altra grotta. L’ingresso è grande. Non sono stati risucchiati dalle correnti come si era ipotizzato all’inizio. Perché, ha riferito il soccorritore Sami Paakkarinen, «c’è una corrente di marea ma è leggerissima, impossibile che li abbia risucchiati all’interno». Hanno percorso la prima camera e il corridoio di 30 metri che finisce nella seconda camera. Avevano circa dieci minuti di autonomia, dovevano esserne passati almeno la metà. Al momento di tornare indietro la via d’uscita non era più ben visibile. Perché la sabbia forma un dosso in quel punto. Alla sinistra della via d’uscita c’è un altro cunicolo che sembra aperto. Invece è chiuso. Lì sono stati trovati i corpi di quattro sub.










