Aumentano i sospetti sull’adeguatezza delle attrezzature, oltre che sulle autorizzazioni a svolgere un’escursione così estrema che ha portato alla morte dei cinque sub italiani avvenuta in una cavità sottomarina a 60 metri di profondità alle Maldive. Nelle ultime ore, sono state recuperate le salme di Giorgia Sommacal e Muriel Oddenino, le ultime due ancora bloccate nella grotta di Alimatha. L’operazione, condotta dal team di speleosub finlandesi, ha permesso anche di riportare a galla l’attrezzatura tecnica dei subacquei, sia quella che indossavano sia quella dispersa negli anfratti. Tutto il materiale è già nelle mani degli inquirenti, comprese le GoPro, anche se al momento non è chiaro quanti dei sub le portassero. Dalle prime indiscrezioni raccolte sul posto, fonti maldiviane citate dal Corriere della Sera riferiscono che la professoressa Monica Montefalcone indossava una muta corta, abbigliamento poco adatto con un’immersione in grotta a quelle profondità.
L’avvocato del tour operator e il brevetto che mancava
A pesare sulla ricostruzione c’è la posizione di Orietta Stella, legale del tour operator verbanese Albatros Top Boat che aveva commercializzato il pacchetto della crociera scientifica sulla Duke of York. Stella, lei stessa speleosub con trent’anni di esperienza nell’area, in un’intervista al Corriere e in dichiarazioni rilasciate all’Ansa da Malè, indica una lacuna che ritiene dirimente: «Per me, allo stato attuale, e da quello che so, dai documenti che abbiamo, dalle dichiarazioni che fanno quando dicono delle proprie abilità, nessuno di loro aveva un brevetto “full cave”, che significa “penetrazione in grotta”». Per raggiungere il punto in cui sono stati ritrovati, aggiunge la legale, «era necessario un brevetto ‘full cave’ di qualsiasi didattica», equiparabile sul piano tecnico a una certificazione speleosub. Della Montefalcone, precisa, risulta nel curriculum universitario un brevetto di caverna, non di grotta.










