Nella giornata di oggi i tre speleosub si immergeranno per l’ultima volta per rimuovere sagole guida e attrezzature utilizzate durante i recuperi, un lavoro che è stato fatto senza compensi: “Noi come fondazione no profit abbiamo coperto tutte le spese operative ai tre esperti – ha detto Cristian Pellegrini di Dan Europe al Messaggero – e diverse istituzioni starebbero valutando un riconoscimento ufficiale per il coraggio dimostrato da Sami Paakkarinen, Jenni Westerlund e Patrik Grönqvist”.

E mentre i corpi delle salme sono rientrati in Italia e la Procura di Roma ha aperto un fascicolo per omicidio colposo contro ignoti, le operazioni di recupero hanno fatto emergere alcuni dettagli fondamentali: “Non credo che quella fosse una grotta particolarmente pericolosa – ha raccontato Pellegrini – ma senza attrezzature adeguate è un attimo perdere l’orientamento“. Secondo l’esperto la mancanza più grave è da attribuirsi alle torce perché solo due delle vittime ne avevano una con sé: “La prima camera, detta caverna, è ancora luminosa, ma la vera grotta inizia quando non vedi più l’uscita” e per questa ragione sono consigliabili almeno tre fonti di luce per ogni immersionista.

Contestata dagli speleosub è anche la muta corta indossata da Monica Montefalcone: “Abbiamo trovato attrezzatura ricreativa, non da speleosub”. Ma sono anche le sagole guida sparse qua e là – il cosiddetto “filo d’Arianna utile per l’orientamento al buio – ad aver avvalorato la tesi di un disorientamento improvviso. Non è invece accreditata l’ipotesi della corrente “effetto Venturi”: secondo Sami Paakkarinen “la grotta respirava, c’era una leggerissima corrente, ma non abbastanza forte da trascinare qualcuno”.