CANNES. Se è vero che il buon cinema deve sollevare domande, come sostiene il maestro Ken Loach, allora Fjord del rumeno Cristian Mungiu adempie pienamente alla missione. Non a caso ha vinto ieri la Palma d'oro per la seconda volta, a quasi vent’anni dal suo vibrante 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni sull'aborto clandestino. Questa volta ragiona sulle contraddizioni di una famiglia a cui da un giorno all'altro vengono sottratti i figli. Una vicenda che ricorda quella della famiglia del bosco italiana e che solleva una serie di interrogativi etici e dilemmi morali a cui volutamente non si dà risposta, preferendo portare sullo schermo le molteplici sfumature e complessità della questione.
La giuria della 79ma edizione del Festival di Cannes, composta da Demi Moore, Chloé Zhao, Stellan Skarsgård, Ruth Negga, Laura Wandel, Diego Céspedes, Isaach De Bankolé e Paul Laverty, e presieduta da Park Chan-Wook ha scelto di premiare un film che dissemina dubbi, più che facili risposte. Una bambina torna a scuola piena di lividi, e da lì scoppia il caso, che diventa presto un processo legale. È giusto allontanare i figli da una famiglia che li cresce secondo criteri del tutto arbitrari e, nel caso della famiglia di questo film, valori religiosi rigidissimi che sfociano in imposizioni e proibizioni costanti (non possono ballare, ascoltare musica, stare al cellulare, seguire Youtube etc)? È più democratico uno stato che mostra tolleranza verso i valori di una minoranza (in questo caso una famiglia rumena trapiantata in Norvegia) o uno che protegge i bambini da una sospetta violenza fisica e psicologica? Il pregio del film sta proprio nell'abitare l'aporia, l'ambiguità, la contraddizione, senza schierarsi mai. Mostrando, nel frattempo, le fratture interne della civilissima Norvegia, con partiti conservatori che difendono la famiglia Gheorghiu in quanto famiglia tradizionale perseguitata per i suoi valori e il suo credo religioso. «Realizzando questo film abbiamo corso un rischio, quello di alzare la voce di fronte alle cose di cui la gente non osa parlare in pubblico. Prima di chiedere dei cambiamenti dobbiamo apportare noi stessi un cambiamento, deve partire tutto da noi», ha detto Mungiu ieri ritirando la Palma d'oro, di fronte ai suoi eccellenti protagonisti, il rumeno con cittadinanza statunitense Sebastian Stan e la norvegese Renate Reinsve. «Da attore mi sono chiesto quale fosse la mia responsabilità, l'ho trovata nello scegliere quei film che portano avanti confronti tra diversi punti di vista. Non ci è richiesto di risolvere i problemi del mondo, ma di interpretarli al meglio sì», ha dichiarato Stan, di cui va ricordata la maiuscola performance nei panni di Donald Trump in The Apprentice. «Dobbiamo imparare a rispettare gli altri e le loro prospettive, non tutti troviamo gli stessi modi per vivere e sopravvivere. Tolleranza vuol dire trovare il modo per aprirci agli altri, trovare un dialogo. Se manca il dialogo irrompe la violenza che vediamo oggi nel mondo», aggiunge il regista. Concepisce il cinema come «un mezzo per far riconsiderare le idee e disallineare i pensieri» e ieri notte a Cannes ha vinto proprio per questo.










