La Palma d'oro a Fijord del regista romeno Cristian Mungiu con una storia che ricorda molto quella della 'famiglia del bosco' è un premio alla tolleranza, alla mancanza di rigidità in un mondo di piccole e grandi guerre. Protagonista della storia dall'impianto teatrale è una famiglia cattolica romeno-norvegese a cui tolgono i cinque figli su un falso sospetto, ovvero su un pregiudizio culturale e razziale. E che ci sia tanta guerra in questo Palmares si vede anche nel Grand Prix andato a Minotaur del russo Andrey Zvyagintsev dove sullo sfondo di un omicidio si vede la corruzione dilagante di una Russia sofferente in guerra contro l'Ucraina. "Metti fine a questo massacro", ha detto il regista di Minotaur rivolgendosi al presidente russo Putin nel discorso al festival di Cannes, per la cerimonia di chiusura.

Anche La Bola Negra (The Black Ball) di Javier Ambrossi e Javier Calvo si porta dentro l'intolleranza, quella verso la cultura omosessuale. In questo melodramma pop tra memoria queer, spettacolo e fantasmi della transizione post-franchista c'è una tesi non da poco: la storia nel suo complesso manca di un bel pezzo, ovvero quella di chi per la sua sessualità è stato sepolto vivo ed è diventato invisibile. Un Grand Prix andato ex aequo anche Fatherland di Pawe Pawlikowski, ancora un film sull'Europa con il ritorno in patria nel 1949, in bianco e nero, dello scrittore tedesco Thomas Mann e di sua figlia un Paese ormai diviso e pieno di rovine.