L'universo glamour di Cannes e la realtà del mondo fuori, fra guerre e ineguaglianze, dalla Russia alla Palestina, dal Rwanda ai diritti messi a rischio hanno trovato un costante punto di contatto nella cerimonia di chiusura della 79/a edizione, nella quale la giuria presieduta da Park Chan Wook ha assegnato la Palma d'oro a Minotaur del romeno Cristian Mungiu, che vince per la seconda volta il massimo premio della Kermesse, a 19 anni dalla Palma conquistata nel 2007 per 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni.
In Fjord, con protagonisti Sebastian Stan e Renate Reinsve, il cineasta racconta una coppia di immigrati che finisce sotto accusa per il modo in cui cresce i propri figli. "Penso che nel cinema sia importante parlare di temi rilevanti - spiega nel suo discorso di ringraziamento - che sono facilmente reperibili e ci aiutano a capire la direzione in cui sta andando il mondo". Ciò "che percepisco è che le società odierne sono frammentate, radicalizzate. E questo film è anche un impegno contro ogni forma di fondamentalismo - aggiunge -. È un messaggio di tolleranza, di inclusione, di empatia. Sono termini meravigliosi che tutti amiamo, ma dobbiamo mettere in pratica più spesso".
Ha fatto un uso ancora più diretto del palco il russo dissidente Andrei Zviagyntsev, vincitore del Grand Prix per Minotaur che si è rivolto direttamente a Vladimir Putin: "Milioni di persone su entrambi i lati della linea sognano una sola cosa: che i massacri finiscano finalmente. E l'unica persona che può porre fine a questa carneficina è il Presidente della Federazione Russa. Ponete fine a questa carneficina! Il mondo intero lo sta aspettando". Un altro filo rosso della serata sono stati gli ex aequo: il premio alla regia andato a Javier Ambrossi e Javier Calvo per La bola negra (da loro un richiamo ai diritti Lgbtq, mentre in platea Penelope Cruz, cointerprete del film, si commuoveva) e Pawel Pawlikowski per Fatherland, che ha ricordato l'importanza della creatività umana per sconfiggere l'algoritmo.










