A Cannes vince un film, «Fjord», che racconta lo scontro tra modelli culturali diversi nell’Europa di oggi. Vince per la seconda volta la Palma d’oro del festival un regista, il rumeno Cristian Mungiu, che non ha paura di affondare il bisturi nelle ferite dolorose della società contemporanea. Diciannove anni fa con «4 mesi, 3 settimane e 2 giorni» Cannes rivelò al mondo il suo talento di narratore neo-neorealista, ora, con una storia che curiosamente richiama quella della «famiglia nel bosco», Mungiu mette al centro della propria riflessione il rischio della radicalizzazione e dell’integralismo dietro il paravento della massima tolleranza. Protagonisti di «Fjord» una coppia di genitori, lui rumeno e lei norvegese a cui, in un tranquillo villaggio della Norvegia i servizi sociali sottraggono i cinque figli per i loro metodi educativi religiosi e troppo tradizionali. «Il mondo non versa nelle migliori condizioni» ha detto il cineasta, «ma noi ci prendiamo il rischio di alzare la voce, nel cinema è importante parlare di cose pertinenti».
Festival di Cannes 2026, chi ha vinto: tutti i vincitori in direttaCon «Fjord», che il presidente della giuria, il sudcoreano Park Chan-wook, ha definito «artisticamente magnifico», il verdetto premia opere sui conflitti che hanno insanguinato il Novecento, sulla sospensione della democrazia che genera mostri, sull’importanza dell’empatia nello sviluppo dei rapporti umani, sulla necessità della condivisione e della tolleranza. Il Grand Prix va a «Minotaur» del dissidente russo Andrej Zvyagintsev, un potente thriller politico ambientato nella Russia del 2022, ma in realtà girato in Lettonia, dove «l’operazione speciale» contro l’Ucraina fa da tragico sfondo a un delitto passionale. Zvyagintsev è tornato al cinema dopo nove anni e dopo aver vissuto una drammatica esperienza post-Covid che lo ha portato anche al coma. Dal palco di Cannes ha rivolto un appello a Putin, pur senza mi nominarlo: «Vorrei parlare a qualcuno che ha da prendere decisioni più importanti che seguire questa cerimonia, ma qualcuno glielo dirà: milioni di persone sui lati opposti della linea aspettano che il massacro finisca e l’unico che può fermare questa carneficina è il presidente della Federazione Russa». Ex aequo il premio per la regia (e non sarà l’unico): si dividono il riconoscimento Javier Calvo e Javier Ambrossi e Pavel Pawlikowski. «Los Javis», come tutti chiamano i due cineasti che per anni sono stati anche compagni nella vita, sono gli autori di «La bola negra», un ammaliante racconto queer prodotto da Almodovar che attraversa tre epoche della storia spagnola e le vite di più uomini che misteriosamente si intrecciano alla storia di un racconto incompiuto di Garcia Lorca. Da loro è arrivato un appello ai diritti Lgbtq, mentre in platea Penelope Cruz e il resto del cast applaudivano visibilmente commossi. Pawlikowski, autore di uno struggente racconto in bianco e nero sul ritorno di Thomas Mann e della figlia nella Germania del ‘49, ha ricordato l’importanza della creatività umana per sconfiggere l’algoritmo. Per attori e attrici un’altra doppia coppia: Virginie Efira e Tao Okamoto, premiate da Favino, si aggiudicano il riconoscimento per «Soudain» di Hamaguchi Ryusuke ed Emmanuel Macchia e Valentin Campagne quello per «Coward» di Lucas Dhont, augurandosi che il film su un amore nato al fronte durante la Grande guerra aiuti i ragazzi che «vivono lo stesso tumulto» ad accettarsi. A Emmanuel Marre va il premio per la sceneggiatura di «Notre salut», che in italiano si intitolerà «Un uomo del suo tempo» e parla di «piccoli tiranni che quando sono a capo di uno stato o di qualsiasi cosa discriminano, bombardano e commettono genocidio». Il Prix du Jury è di Valeska Grisebach, autrice di «L’aventure rèvée». Tra le protagoniste della serata, Isabelle Huppert ha reso omaggio a Barbra Streisand, Palma d’oro d’onore rimasta negli Stati Uniti per un problema di salute («un’artista sempre in prima linea nella lotta per i diritti delle donne») e, in un ideale colloquio, l’americana le ha risposto con un videomessggio altrettanto caloroso: «In un mondo folle e instabile il cinema e la magica capacità di unirci, di aprire i nostri cuori e le nostre menti. Ed è proprio questo che celebriamo a Cannes». A Geena Davis, una delle eroine di «Thelma e Louise», omaggiato sull’affiche del festival, il compito di chiudere la serata: «E ora andiamo».










