Il rumeno Cristian Mungiu vince la Palma d’oro, che è la sua seconda, come è accaduto a pochi colleghi negli anni, qualche volta anche a registi mediocri con Bille August. Almeno Mungiu è un regista di spessore. E dopo “4 mesi, 3 settimane e 2 giorni”, che vinse nel 2007, quasi vent’anni dopo ecco il bis con “Fjord”, girato in Norvegia, fuori dai suoi territori quindi, un film al solito rigoroso e tosto, capace di scardinare tutte le contraddizioni di due sistemi (Norvegia/Romania), diversi per politica, morale e anche religione, entrambi a loro modo assai rigidi. Un premio che va a un film bello, ma non il migliore di Mungiu, che parla del tema attualissimo dell’integrazione. Il russo dissidente Andrej Zvjagincev, anti putiniano, si porta a casa il Gran Prix con il suo “Minotaur”, un gelido, autoriale thriller dove il Potere e il denaro fanno la differenza. Un altro premio di grande attualità, dove mentre i soldati russi partono per il fronte, gente di comando e di prestigio s’imbarca invece per le vacanze in Grecia.

Non è un gran verdetto: troppi doppi significa che non c’è stata grande unanimità. Poi ci sono errori di mira, e dimenticanze gravi. C’è infatti comunque un grande assente in questo palmares: “El ser querido” di Rodrigo Sorogoyen. Avrebbero meritato un premio il film, la regia o anche Javier Bardem come straordinario interprete: almeno uno dei tre. Invece nessuno. A volte è difficile capire i pensieri, gli intrecci delle giurie. Invece a Lukas Dhont va sempre di lusso: giovane belga di buon talento, ma senza eccezionalità, con tre film a Cannes si becca tre premi, ieri il terzo con “Coward”, anche se è finito nelle mani della coppia di attori di soldati gay (Emmanuel Macchia e Valentin Campagne) che stanno al fronte nella Grande Guerra cercando di amarsi. Vero che Cannes ama i suoi figli: qui siamo dalle parti di una idolatria tipo fratelli Dardenne.