«La mia colpa è non aver fatto finta di nulla. Se non avessi per primo sollevato la questione delle diossine e poi del benzopirene, se non avessi provato a coniugare diritto alla salute e diritto al lavoro, non sarei stato chiamato in giudizio. E questa è la considerazione più amara. Si può morire di crepacuore per una calunnia: e a me non è mancato l’infarto, che mi ha quasi stroncato ma a cui sono sopravvissuto». Lo scrive sui social l’ex presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, commentando prescrizione del reato di concussione di cui era accusato nell’ambito del processo «Ambiente svenduto», sul presunto disastro ambientale causato dall’ex Ilva di Taranto.

«Finisce qui una storia che sarebbe buffa se non fosse una tragedia - aggiunge Vendola - L’unica classe dirigente che sfidò a viso aperto il colosso europeo della siderurgia venne colpita da un’accusa tanto infamante quanto grottesca. Non i politici o i giornalisti che avevano soldi e favori da Ilva, ma noi che fummo gli unici in Italia a imporre limiti rigorosi alle emissioni nocive, noi che mai fummo sul libro paga del padrone, noi venimmo trascinati in un processo che ebbe i tratti di un processo di piazza». «Ho visto falsi documentali trasformarsi in atti d’accusa, ho assistito al teatro di una inquisizione surreale, sono stato rinviato a giudizio da chi avrebbe dovuto astenersi per ragioni di opportunità, ho subìto uno sfregio annullato in appello ma non annullato nel mio animo», continua.