Scende a 16 il numero di imputati ancora coinvolto nel processo «Ambiente svenduto». La prescrizione «falcia» ancora il procedimento penale sul disastro sanitario e ambientale causato, secondo l'accusa, dalle emissioni dell'ex Ilva di Taranto durante la gestione Riva tra il 1995 e il 2013.

Ieri mattina la corte d'appello di Potenza ha dichiarato il non luogo a procedere per diversi imputati e tra questi, quello più illustre: l'ex governatore Nichi Vendola, accusato di concussione per fatto pressione, tra il 2010 e il 2011, sull'allora direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio assennato, affinché ammorbidisse la linea nei confronti della fabbrica di Taranto. Troppo tempo è trascorso da quei fatti per i giudici che inoltre hanno sottolineato come in realtà le accuse contro l'ex leader di Sinistra, Ecologia e Libertà erano prescritte già nel 2023. Vendola, insomma, non doveva essere rinviato a giudizio per la seconda volta.

Cadono sotto la scure del tempo, anche altre gravi accuse contestate dai magistrati tarantini: come l'associazione a delinquere composta dalla proprietà, dall'ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso e i cosiddetti «fiduciari», gli uomini che i riva avrebbero usato come sorta di «Governo ombra» per gestire lo stabilimento. Fuori dal processo, anche l'avvocato Francesco Perli, indicato dagli inquirenti come l'uomo che intratteneva rapporti «non strettamente istituzionali con funzionari della Regione Puglia e del Ministero dell'Ambiente» ed in particolare con i membri Commissione che doveva rilasciare l'Autorizzazione Integrata Ambientale all'Ilva nel 2011.