“Concentrarsi sulla storia intima del teatro significa spingere lo sguardo all’interno della miriade di fattori che determinano un’azione, una scelta, un’opera, una collaborazione, consci dell’irrimediabile parzialità che quest’operazione comporta. E’ l’esplorazione di un continente sommerso, dove si possono ancora distinguere le tracce di progetti irrealizzati, di idee inattuabili, di strade interrotte, di ambizioni troppo grandi o di posizioni troppo scomode”.

Si tratta delle parole conclusive del libro di Gabriele Sofia Il sipario è la nostra bandiera. Craig, Lees, Guilbert fra Grande Guerra e fascismo (Carocci, 2025) e ne esplicitano la proposta metodologica, sulla quale vale la pena di fare qualche riflessione.

A partire dalla loro (ri)fondazione negli anni Sessanta, gli studi teatrali in Italia hanno seguito due linee principali, talvolta intersecantesi. Da un lato, una storiografia che, sul modello di quella generale chiamata “trattati-e-battaglie”, si è configurata come storia di “testi-e-messinscene”. Dall’altro, una storiografia che, sulla falsariga di alcune proposte della Nouvelle Histoire francese, ha invece cercato di spostare progressivamente l’accento dai testi ai contesti, dallo spettacolo al fatto teatrale, dai prodotti ai processi e alle pratiche, dai singoli artisti agli ambienti, le relazioni e le collaborazioni fra gli uomini di teatro e non solo.