Una maschere tragica, dalla copertina de Il teatro di Mussolini (Garzanti) di Patricia Gaborik, rimanda a M. attore, istrione di se stesso, in quella grande messinscena che fu il fascismo (vedi Croce). Ma la studiosa americana vede in M. anche il critico teatrale, con preferenze da Shakespeare a Schiller, da Goethe ai contemporanei D’Annunzio e Pirandello, fino a George Bernard Shaw, apprezzato per le furie anti-benpensanti. Anche Shaw apprezzò il Duce, si videro a Roma nel ’30. Per altro l’imprevedibile uomo ammirò anche Stalin, tanto per scandalizzare Britannia! Su D’Annunzio, M. ebbe a dire “come un dente marcio, va estirpato o ricoperto d’oro”: non potendo eliminarlo lo ricoprì di milioni.

L’opera del Vate, in primis La figlia di Jorio, fu data in Italia e all’estero. Diverso il discorso di Pirandello, già famoso negli anni ’20 e che aveva preso la tessera fascista nel ’24, a valle della “crisi Matteotti”. Il Teatro d’Arte di Pirandello fu ampiamente sorretto, gli spettacoli distribuiti in Italia e fuori, America compresa. Rapporti ambivalenti tra i due, ma era M. che dava i soldi. Il Duce poi finanziò Anton Giulio Bragaglia, primo vero “regista” italiano, il suo Teatro degli Indipendenti fino al ’30, il Teatro delle Arti fino al ’43: sperimentazioni, a tratti spericolate, vedi l’Opera da tre soldi di Brecht (col titolo La veglia dei lestofanti) nel ’29/’30, poi testi italiani e stranieri in odore di eresia. Bragaglia, anni dopo, fu anche a Bari, dove nel ’54 diresse un Nozze di sangue di Garçia Lorca al Piccinni con Paola Borboni. M. attore, ma anche autore, insieme a Giovacchino Forzano (suo il libretto del Gianni Schicchi di Puccini) di tre drammoni storici: Campo di maggio (Napoleone), Villafranca (Cavour e Vittorio Emanuele nel 1859), Cesare (vita e morte del dictator) allestiti nel ’30, ’31 e ’39. Recite in Italia e all’estero per i primi due (Parigi,Londra, Berlino, Austria, Germania) meno per il Cesare, causa guerra. Non manca il M. impresario, nella linea paternalistica di un teatro che fosse “popolare” o addirittura di massa, dopo la linea “sperimentale” Futurista, le lussurie di D’Annunzio, i rovelli di Pirandello.Messinscene di lirica e prosa viaggiarono dal ’36 sui “Carri di Tespi”: palcoscenici mobili, su autocarri, montati in piazze e spazi cittadini. Girarono, nel periodo estivo, su e giù per la penisola. “Educare le masse”, questo il principio ispiratore, mentre l’organizzazione dei “Sabati teatrali” distribuiva biglietti scontati in giro per uffici e fabbriche.Quanto al M. teatrante-pedagogo ecco l’istituzione, dal ’36, dell’Accademia d’Arte Drammatica, affidata a Silvio D’Amico, il quale si barcamenò fra ossequio al regime e difesa delle ragioni del teatro. D’Amico diresse l’Accademia fino alla sua morte nel 1955.Sintesi di tutto è però il Mussolini censore: a lui, al suo braccio armato prefetto Leopoldo Zurlo (in carica dal ’31 al ’43) il compito di annullare copioni, cancellare versi, battute e dialoghi, orientare le intenzioni degli autori, sospendere le recite. Ne fecero le spese Massimo Bontempelli, Sem Benelli, Roberto Bracco, Rosso di San Secondo, Raffaele Viviani, Vitaliano Brancati. Unici esenti i maledetti comici, gli intoccabili Petrolini e Totò, o i beniamini dei Savoia, i De Filippo, che recitarono Natale in casa Cupiello a Roma in un teatrino allestito a Villa Ada per i reali. Sì, la faccia di Mussolini, quella maschera d’attoretragico, era la maschera sul volto del padrone.