Sono lontani i tempi delle polemiche intorno all’opera di Renzo De Felice, lo studioso dell’Italia fascista più discusso e influente. Tra gli anni Settanta e fino alla sua scomparsa, il 25 maggio 1996, la sua interpretazione del movimento e del regime mussoliniano è stata al centro di un dibattito di insolita durezza, esondato ben al di fuori dei confini del confronto tra gli storici. Da un lato, larga parte della cultura di sinistra ne ha contestato il revisionismo e il sempre più marcato distanziamento dalla storiografia di ispirazione antifascista. Dall’altro, De Felice ha lungamente polemizzato con quella storiografia, forte di una presenza nel sistema editoriale e nei mezzi di comunicazione di massa su cui ben pochi intellettuali poterono allora, e in seguito, contare.

DI QUELLE POLEMICHE ritroviamo ancora echi nella stampa di destra, dove De Felice continua a essere rappresentato come un pioniere solitario, lanciato all’assalto dei tabù imposti dalla fantomatica egemonia culturale di sinistra, e per questo incompreso, osteggiato e vilipeso. Si tratta soltanto, però, dell’ennesima manifestazione dell’inguaribile vittimismo della destra italiana. Per la ricerca storiografica, invece, quella stagione è chiusa da tempo. I lavori di De Felice fanno parte ormai del bagaglio di chi studia l’Italia del fascismo. Ne sono un pezzo imprescindibile, ma al tempo stesso sempre meno centrale.