Durante l’ultimo Salone del libro ho partecipato con lo storico Miguel Gotor a un incontro – moderato da Stefano Cappellini di Repubblica – sul tema della riconciliazione in riferimento agli Anni di piombo. Non ne siamo usciti con uno smisurato ottimismo: da sempre in Italia l’avversario politico incarna il Nemico, e ciò ne comporta automaticamente la delegittimazione, cosa che impedisce quel riconoscimento reciproco senza il quale nessuna riconciliazione è possibile.
Bisognerebbe buttare come usa dire il cuore oltre l’ostacolo: un po’ come ha fatto il sindaco di Milano Beppe Sala lo scorso mese di marzo, quando a Milano ha per così dire tenuto a battesimo la via che il Comune meneghino ha infine deciso di intitolare a Giuseppe Pinelli, giustamente definito sulla targa “anarchico e partigiano” e considerato dal primo cittadino della città come la diciottesima vittima della bomba di piazza Fontana.
In tale occasione, Beppe Sala portava altrettanto giustamente la fascia tricolore: era lì da sindaco, non da privato cittadino, e rendeva onore a una delle circa quattrocento vittime degli Anni di piombo. Peccato che quella fascia il sindaco Beppe Sala non la porti mai quando sempre a Milano e sempre nel mese di marzo si reca al ricordo di un’altra vittima di quegli anni, Sergio Ramelli. Che non era anarchico e tantomeno partigiano, anzi era iscritto al Fronte della Gioventù. Solo che il Fronte della Gioventù non era una qualche sigla extra-parlamentare tipo Avanguardia Operaia o Lotta Continua, ma l’organizzazione giovanile di un partito che per volere dei Padri costituenti fin dal 1946 sedeva in Parlamento, pur sotto schiaffo per quella conventio ad excludendum applicata anche al Pci.










