Possiamo considerare Mussolini un attore? E, di conseguenza, si può interpretare il fascismo come una lunga e sconfinata recita? Lo pensavano alcuni sostenitori del regime, ammaliati dalla forza seduttiva del «duce»; e lo pensavano molti oppositori, convinti di trovarsi di fronte a un istrione privo di pensiero e a un bluff orchestrato per celare il vuoto di prospettive (di «regime della menzogna» parlò Calamandrei, offrendo una sintesi felice dell’opinione di molti antifascisti). Di fronte a una mimica facciale esagerata, agli occhi spiritati, alla mascella protesa, alle mani sui fianchi e al petto in fuori, come non pensare che si sia di fronte a un grande spettacolo teatrale, che ieri poteva risultare affascinante o temibile, a seconda dei punti di vista, e oggi appare inevitabilmente ridicolo?
Parte da questi interrogativi il bel libro di Patricia Gaborik, Il teatro di Mussolini (traduzione di Paolo Lucca, Garzanti, pp. 480, € 26,00), uscito in inglese nel 2021 da Cambridge University Press e ora opportunamente tradotto in italiano. La risposta è offerta con molta chiarezza sin dalle prime pagine: no, Mussolini non fu un attore; conosceva le regole della retorica e le applicava, ma le parole che pronunciava, le idee che esprimeva e le emozioni che manifestava erano le sue, non si trattava di finzione. Non si esauriva qui, però, il rapporto tra Mussolini, il fascismo tutto, e il teatro. Il libro ne scandaglia le molteplici articolazioni, combinando le competenze in campo teatrale dell’autrice con una piena padronanza delle questioni storiche generali e delle fonti.







