Consapevole che, nell’ambito internazionale, si dovesse costruire e dare un’immagine rassicurante tanto di sé quanto del proprio partito e, in seguito, dell’ormai consolidato regime, Adolf Hitler cercò di perseguire un simile traguardo attraverso un limitato numero di interviste concesse ad alcuni organi di stampa francesi, inglesi e statunitensi – accuratamente scelti sulla base della strategia del momento -, nel lasso di tempo compreso tra il 1923 e il 1940.
LA LETTURA DI QUESTI TESTI mostra in maniera lampante come il futuro dittatore abbia saputo manipolare i propri interlocutori ben prima della sua nomina a cancelliere – avvenuta il 30 gennaio del 1933: egli riuscì di conseguenza a convincere delle sue buone intenzioni una parte rilevante dell’opinione pubblica di quei Paesi. I sedici colloqui raccolti nel volume Le interviste dimenticate di Hitler (1923-1940), meticolosamente curato dal giornalista e saggista Éric Branca (Lindau, pp.272, euro 24) documentano appunto l’abilità con la quale il Führer si rivelò in grado di far apparire insignificante la propria spietatezza e mancanza di scrupoli: lo stesso uomo che aveva abolito il sistema parlamentare, cancellato le libertà pubbliche fondamentali, imprigionato e ucciso i suoi oppositori, perseguitato i propri connazionali di origine ebraica fu capace di spacciarsi per un politico sincero, bonario e affidabile.








