L’artista deve esporsi politicamente?

È possibile separare l’opera dall’artista?

È possibile scrivere una poesia dopo Auschwitz?

Domande attuali, oggi più che mai. Difficile rispondere senza tradire la messa in evidenza di una posizione politica netta. Non appena ci si avventura in un giudizio positivo su quella che è stata l’arte di regime, di qualsiasi fazione, parte subito la risposta cinica dell’”ha fatto anche cose buone”.

Però, provando disperatamente a fare un discorso obiettivo, è difficile sostenere che nell’arte di regime sia mancata la qualità. Non foss’altro perché alcuni dei protagonisti di questo traballante macrofilone hanno cambiato per sempre i codici e i linguaggi entro i quali agivano. Certo, bisogna fare molta attenzione a non farsi accalappiare dai messaggi propagandistici, ma bisognerebbe anche essere abbastanza lucidi da riconoscere la differenza tra il valore estetico di un’opera e la funzione politica che le è stata assegnata e forse in questo si potrebbe addirittura provare a rispondere alla seconda domanda iniziale.