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Ultimo aggiornamento: 7:55
di Silvia D’Autilia
Era il 1949 quando Theodor Adorno dichiarava che “scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie”. Con questa provocazione, foriera di un immediato e ampio dibattito culturale, intendeva screditare le potenzialità espressive e comunicative dell’uomo rispetto all’orrore dell’Olocausto: il linguaggio non ne era all’altezza, nemmeno quello delicato ed elegante della poesia appunto. Adorno fissava così il perimetro della tolleranza cognitiva: una tragedia immane come quella dei campi di concentramento nazisti non poteva più convivere con le energie intellettuali con le quali siamo soliti a rapportarci agli avvenimenti della realtà per rielaborarli e raccontarli a parole.
Collateralmente all’affermazione di Adorno, il secondo dopoguerra è stato caratterizzato, com’è noto, da un lungo travaglio culturale per fare i conti con i fatti e domandarsi, tramite fiumi di indignazione, come siano potuti accadere. Il testo Se questo è un uomo di Primo Levi vale come esempio su tutti. Sono seguiti i processi agli imputati delle SS, i dibattiti sulle responsabilità e sulla banalità del male; sono arrivati i film, i premi cinematografici per raccontare quegli orrori e persino l’istituzione di una Giornata della Memoria ad hoc per celebrare quelle morti nel segno del “mai più”. Mai più disumanità, mai più violenza, mai più omertà. Il tutto ovviamente nell’affrancante cornice della posteriorità, quando i fatti sono asettici, ormai innocui e senza conseguenze sulle opinioni.






