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23 GIUGNO 2025
Ultimo aggiornamento: 7:55
di Silvia D’Autilia
Era il 1949 quando Theodor Adorno dichiarava che “scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie”. Con questa provocazione, foriera di un immediato e ampio dibattito culturale, intendeva screditare le potenzialità espressive e comunicative dell’uomo rispetto all’orrore dell’Olocausto: il linguaggio non ne era all’altezza, nemmeno quello delicato ed elegante della poesia appunto. Adorno fissava così il perimetro della tolleranza cognitiva: una tragedia immane come quella dei campi di concentramento nazisti non poteva più convivere con le energie intellettuali con le quali siamo soliti a rapportarci agli avvenimenti della realtà per rielaborarli e raccontarli a parole.






