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Ultimo aggiornamento: 7:50
di Davide Gatto
L’esperienza più significativa che noi elaboriamo del mondo è mediata dal linguaggio: parole che definiscono le cose, legami sintattici che le mettono in relazione. Sono di conseguenza ben radicate nel linguaggio anche le nostre azioni, persino quelle più istintive: insistere a definire “guerra” i massacri di Gaza comporta necessariamente una sorta di accettazione delle vittime civili e delle distruzioni che – si sa – sono effetti collaterali di qualunque conflitto.
Il linguaggio, che reca sempre ben impresse le impronte di chi detiene il potere, disegna nella mente di chi lo usa reti concettuali che possono essere vere e proprie gabbie: è il dogma del pacifismo che impedisce oggi di pensare a soluzioni al genocidio dei palestinesi che non siano le solite sterili esternazioni, benché sempre più larghe, all’insegna dell’indignazione e della protesta formale.






