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Ultimo aggiornamento: 12:53

Di fronte ai quasi 70mila sudari di Gaza, testimonianza parziale del genocidio compiuto dal governo israeliano in due anni di sterminio impunito del popolo palestinese – che deve ancora rivelare le reali dimensioni della catastrofe – ogni goccia di sangue risparmiato è sacra. Il silenzio delle armi nella Striscia e l’ingresso di acqua, cibo e medicine è ciò che le enormi manifestazioni in tutto il mondo e nel nostro Paese hanno da due anni al primo punto delle proprie agende: stop al genocidio.

Si tratta di una fragile tregua che consente il ritorno dei sopravvissuti di Gaza nella spettrale distesa di macerie nella quale sono ridotte le città, la liberazione degli ostaggi israeliani superstiti e la liberazione di un lista di prigionieri palestinesi. Ma la Striscia di Gaza rimane occupata al 53% dall’esercito israeliano, diventerà un protettorato coloniale di Trump e Blair per i loro affari, la Cisgiordania sarà sempre più occupata dai coloni e Gerusalemme est capitale di Israele. Infine Marwan Barghouti non è nella lista.

Mentre i dizionari definiscono semplicisticamente la pace solo in negativo, come mera sospensione o assenza di guerra – “fecero un deserto e lo chiamarono pace”, si potrebbe dire con Tacito in riferimento a Gaza – scrive Rete Italiana Pace e Disarmo che “non può esserci pace senza giustizia, chi ha responsabilità per i crimini di guerra deve essere giudicato; non può esserci pace e sicurezza comune senza il pieno riconoscimento del diritto del popolo palestinese ad avere un proprio Stato, libero ed indipendente; non può esserci pace se Israele non si ritirerà dai territori occupati illegalmente dal 1967; non potrà esserci pace se non si risolverà la questione dei profughi palestinesi”.