Mussolini e Hitler furono amici? Probabile. Si stimavano? Forse. Si imbrogliarono a vicenda? Certamente. Ma nella scala del tradimento vanno rivisti i luoghi comuni sull’inaffidabilità italiana e sul rigore teutonico. Usando questa leva Angelo Polimeno Bottai scalza dal piedistallo e disincrosta alcuni miti sedimentati attorno ai due dittatori dai rapporti ambivalenti, artefici, ognuno a suo modo, di un gioco degli inganni.
Uno furbo, l’altro cinico; uno dimezzato nel suo potere dalla diarchia, l’altro detentore del potere assoluto. Già qualche decennio fa lo scrittore tedesco Erich Kuby aveva consegnato alle stampe un libro il cui titolo era tutto un programma per il rovesciamento di prospettiva: Il tradimento tedesco. Come il Terzo Reich portò l’Italia alla rovina, edito da Rizzoli.
Adesso Polimeno torna con un’altra chiave di lettura sulle ambiguità dei fondatori di fascismo e nazismo con Il traditore. La vera storia dei due dittatori e di un patto costruito sull’inganno (Utet), per disegnare una vicenda che è intersecata anche da esperienze familiari. L’autore è infatti nipote di Giuseppe Bottai, una delle menti più fini e meno ideologizzate del regime mussoliniano, esponente della cultura perché intellettuale di rango. Questa figura, la cui vita è di per sé un romanzo, appare e scompare nella grande storia e nella narrazione di Polimeno, ma sulla scena si presenta sempre nei momenti topici fornendo addentellati esplicativi dell’animo del presente. Il volume prende le mosse dal parallelismo tra Mussolini e Hitler inquadrati con finalità comparative attraverso l’humus familiare, le esperienze, la formazione.






